Quando si parla di scuola. Quando si parla di riforma nella e della scuola mi dispiace non sentire la parola consapevolezza. Si parla tanto di meritocrazia. Di adeguamento degli stipendi. Di criteri per la selezione dei docenti. Ma nessuno parla di consapevolezza. Non vorrei peccare di presunzione. Ma secondo me, bisognerebbe introdurla. Prendiamo gli insegnanti o chi aspira a diventarlo. La prima cosa che dovrebbero imparare è la consapevolezza del ruolo. Quanti della mia generazione hanno intrapreso la carriera dell’insegnamento perché la laurea – presa senza troppa convinzione- finiva per non assecondare altre aspirazioni? Tanti. Troppi. Me li vedo circolare nei corridoi e incontrarsi nella sala docenti con l’aspetto di chi si trova in quel posto per caso.

Molti si sono abilitati docenti ma non sono contenti di farlo. E poco importa quanto guadagni. Quasi duemila euro al mese – per chi è di ruolo e insegna nelle scuole medie superiori – non possono arginare l’ondata di frustrazione sollevata da quel terremoto esistenziale provocato dai colloqui coi genitori. Dalla mancata educazione della maggior parte degli alunni ai quali devi spiegare anche le norme elementari della buona convivenza. Dal rapporto coi colleghi – che quasi sempre non capiscono nulla -. Dalle circolari che mese dopo mese cominciano a essere sempre più incomprensibili come le direttive di un Ministero – il Miur – che a tutto sembra interessato tranne che alla scuola. Ma insegnare è anche questo.

Cosa dire dei ragazzi, poi. Lasciando perdere gli anni della scuola obbligati dalla crescita, quando si trovano a scegliere le classi della scuola media superiore sembrano aver smarrito la consapevolezza. Comincerei col dire che una buona percentuale non dovrebbe continuare a studiare. È evidentemente portata a lavorare in ambiti strategici che oggi sono sottovalutati dalla comune opinione. Maledetta consapevolezza. Di restituire a questi ragazzi opportunità di crescita nel mondo di un lavoro altrettanto dignitoso perché utile quanto i lavori della libera professione o quelli dal posto fisso.

In altre parti dell’Europa, per non dire del mondo, si sta riscoprendo il desiderio di coltivare la terra. Sento dire di molti professionisti che hanno lasciato il lavoro – la voglia di carriera – per dedicarsi all’agricoltura. Ecco. Sono sicuro che una seria campagna di sensibilizzazione verso mestieri sacrificati sull’altare del “guadagno subito e veloce” finirebbe per realizzare i sogni di quanti si vergognano – o non ne sono consapevoli – a manifestarli. Infine mi piacerebbe che i genitori prendessero coscienza delle potenzialità dei propri figli. Mi capita spesso di parlare con papà e mamma di alunni che tutto sembrano tranne che abitare nelle stesse case. Molte famiglie non hanno la consapevolezza della direzione scelta dai propri figli. Vedo genitori convinti di aver messo al mondo geni. Acculturati. Tuttologi. Poliedrici. Versatili.   Peccato che non si accorgano nemmeno del numero di assenze fatte dai propri figli che fuggono – dico fuggono – dalle interrogazioni per paura di dimostrare tutti i propri – naturali – limiti. Non sono portati per quell’indirizzo. Maledetta consapevolezza. Perché mandare i figli al liceo classico se non hanno le basi e soprattutto la voglia?

Qualcuno mi dica se tutto questo è stato discusso dal Governo, sindacati e Partito democratico. Magari non ne sono consapevole.