Come ogni anno, io e tanti altri siamo impegnati nell’organizzare la fiaccolata per Paolo Borsellino e le vittime di via D’Amelio e, come ogni volta, mi ritrovo a interrogarmi sul senso di questa manifestazione, se abbia ancora ragion d’essere, se ne valga la pena oppure se non convenga un altro tipo d’iniziativa, o peggio se non sia il caso di chiuderla qua. Basta.

Per fortuna, tutti gli anni riscopro un senso antico ma contemporaneamente attuale: lo ritrovo in piccoli episodi durante le fasi preparatorie, nelle risposte positive di amici e amiche di una vita, che dai posti più lontani parteciperanno, magari portando figli e nipoti che sono nati molti anni dopo la strage di Via D’Amelio. Episodi che ti ricaricano, che ti danno la voglia, al di là di tutto e di tutti, di continuare e ti rassicurano che non stai cadendo nella retorica ripetitiva, funeraria.

In questi piccoli segni vi è il senso di un’iniziativa che non è mai voluta essere una passerella retorica, né tantomeno un lugubre momento di memoria fine a se stesso, autoreferenziale o peggio nostalgico.

Perché quello che noi vogliamo, ogni dannato anno, è avere un momento per vivere tutti insieme, in cui ritrovarci in tanti, nel ricordare un passato su cui fondare un futuro che è ancora tutto da costruire.

Quel manipolo di militanti che negli anni Novanta pensò e realizzò l’idea della fiaccolata, cercava, da destra, di trovare un modo semplice ma altamente simbolico, per ricordare, Paolo Borsellino, un tipo umano differente, un esempio da seguire e imitare.

Paolo era un uomo che credeva nel dovere, credeva nel servizio allo Stato, di nel servizio alla Patria. Era convinto che il modo migliore di fare il bene dei suoi figli, non fosse quello di cercare raccomandazioni e facilitazioni ma semplicemente insegnargli l’importanza del senso del sacrificio e del dovere. Nulla di più, nulla di meno.

La coerenza, assoluta e intransigente era il naturale corollario di questa visione della vita, assolutamente non ostentata ma incarnata profondamente.

Quando venne ucciso Borsellino, la costernazione e lo scoramento pervasero non solo Palermo, ma un’intera nazione. Ma nella tragedia, il peso della perdita, se possibile, fu avvertito in particolare dalla comunità del Fronte della Gioventù di allora, i giovani di destra, che lo avevano conosciuto nella famosa festa di Siracusa. In lui avevamo “riconosciuto” un esempio vivente di quel tipo umano che avevamo idealizzato nelle nostre letture, nei racconti mitici dei più grandi, nei nostri interminabili dibattiti, nei nostri sogni a occhi aperti. Per noi, il giudice Borsellino era uno dei “nostri”, senza che lui, a differenza di tanti altri suoi colleghi di sinistra, dovesse fare proclami di militanza ideologica. Egli lo era “normalmente” per il duro lavoro che svolgeva, per le parole, semplici, chiare e nette che diceva, quando era il momento di dirle. Per una comunità che voleva proiettarsi nella realtà politica e sociale dell’epoca, abbandonando nostalgismi retorici, Paolo Borsellino rappresentava una figura assolutamente centrale, da adottare come mito, come eroe vero. E lui, in qualche modo, onorava quella comunità di giovani idealisti e ingenui, ancora ostracizzati dal cosiddetto “sistema”, perché ci aveva riconosciuti come una piccola grande speranza per il futuro, in quell’indimenticabile incontro di Siracusa dell’estate del ’90.

Ecco perchè nel 1996 ritenemmo che una semplice, sobria fiaccolata fosse il modo migliore per onorare quell’uomo e nel contempo fosse l’occasione giusta per ritrovare, anno per anno, quella carica ideale. Una carica che ci servisse per proiettare nella quotidianità non solo l’impegno contro tutte le mafie, la nostra ricerca ossessiva di verità giustizia, ma soprattutto la volontà di incarnare quel modo di essere.

Con gli anni siamo riusciti a trasformare, fortunatamente, quest’appuntamento in un momento di memoria di popolo, largo e trasversale, dove lanciare ogni anno un messaggio nuovo a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

Questa coralità popolare, si unisce alla bellissima esperienza di vedere presenti, insieme, le tante anime di “quella destra militante”, divise da una diaspora triste e infinita, che in quest’occasione si ritrovano per condividere un comune modo di sentire. L’unico veto che esiste ed è quello contro i traditori della Patria e del nostro popolo.

Alla fine viene naturale ritrovarsi il 19 luglio, da tutta Italia, perché in quel giorno noi, insieme alle vittime della strage di Via D’Amelio, ci sentiamo di commemorare tutti i “patrioti” caduti nell’era repubblicana, nella lotta contro tutti quei poteri, criminali e non solo, che anni imperversano e devastano la nostra terra.

Quel manipolo di militanti, i ragazzi di “comunità ‘92”, sono cresciuti di età, in parte si sono dispersi per le vicende della vita e della politica. Tanti errori sono stati compiuti, tante vittorie si sono tramutate in sconfitte, tanti sogni si sono infranti. Ma tante speranze si rinnovano ogni anno nel vedere tanti bambini, tanti giovani, tante persone perbene, sfilare per una memoria che non si vuole perdere, per un impegno che si vuole comunque rinnovare.

Alla fine esserci il 19 luglio di ogni anno, penso proprio che ne valga la pena. Con sobrietà e silenzio, ma anche con la gioia di ritrovarsi insieme uniti dalla voglia di essere comunità, di chiedere verità e giustizia, affinché il sacrificio di alcuni serva realmente al futuro dei tanti.

Ci vediamo in Piazza Vittorio Veneto, alla Statua.