Da esattamente un mese, da quando cioè venne resa pubblica l’intesa tra Noi con l’Italia e l’UDC, tantissimi amici – dal vivo e sui social – mi hanno rivolto la stessa domanda; “ma tu cosa fai allora, ti candidi o no?”.

A tutti, parenti inclusi, dal 29 dicembre scorso ho evitato di rispondere; non ho voluto creare turbolenze nella delicata fase di ricerca di equilibrio tra figure che – provenendo da una storia recente assai disomogenea – dovevano definire i perimetri di un nuovo comune progetto. Anzi mi sono ritagliato, nella più totale discrezione, un ruolo di supporto tecnico per l’espletamento delle formalità connesse alla presentazione delle candidature, tra le cui accettazioni tuttavia non ho MAI aggiunto la mia.

Chi mi segue sa che negli ultimi anni del mio impegno parlamentare ho contribuito a dar vita al tentativo, frutto della autentica passione e della rete di contatti internazionali di Daniele Capezzone e confortata dalla scelta di Raffaele Fitto di lasciare il PPE per aderire al gruppo europeo dei Conservatori, di costituire in Italia il primo movimento politico per l’appunto dichiaratamente conservatore; fautore del libero mercato, sostenitore della libertà di scelta in ogni campo socio-economico della vita, nemico giurato di statalismo, assistenzialismo e sindacalismo di sorta, predicatore dell’abbattimento della spesa pubblica per finanziare una consistente riduzione della pressione fiscale, allontanando le mani dello stato (e delle sue derivazioni più o meno legittime) dalle tasche dei cittadini e dai soldi che questi producono e guadagnano con la loro fatica. Soprattutto, un soggetto politico autenticamente immune dalle metastasi del socialismo, così pericolosamente invasive da avere troppo spesso attecchito anche a destra (e così inducendomi – tre anni orsono – a chiudere non senza sofferenza la mia esperienza in un movimento che pure avevo appassionatamente contribuito a far nascere).

Il corso degli eventi, e la necessità tecnica di costituire un soggetto che possa competere alla luce della nuova legge elettorale, hanno di fatto deviato la centralità programmatica del percorso che avevo abbracciato, verso un patto di sindacato tra diversi. Non mi sono né stupito, né scandalizzato: 23 anni nelle maggiori istituzioni (Consiglio e Giunta Regionale della Lombardia, Parlamento Europeo e – negli ultimi 10 anni – Camera dei Deputati) mi hanno vaccinato a digerire le scorie della “real politik”.

Ma quando si è trattato di immaginare il mio nome ed il mio volto accanto al simbolo della DC, ho valutato semplicemente che fosse passato il mio tempo, e che una scelta diversa da quella che ho compiuto provocasse un torto imperdonabile a me stesso ed alle mie idee. Ho infatti sempre pensato, e sempre penserò, che la DC rappresenti il vero male della politica nazionale, e della stessa propensione culturale dell’italiano medio: prendendo per decenni i voti in nome di un anticomunismo puntualmente tradito nei fatti, quella storia ha permeato di sé un idem sentire fatto di quella che il compianto Marzio Tremaglia chiamava “la ricerca del compromesso sistematico”, senza ideali né valori, senza un disegno di società che sia altro dalla bramosia per il potere.

Proprio ciò che il centrodestra di questi ultimi 20 anni è stato colpevolmente (ed in qualche caso dolosamente) incapace di cambiare.

No, davvero, non poteva fare per me; così, augurando sinceramente ogni fortuna a quanti viceversa in quella dimensione non provano disagio, ho scelto di chiudere la mia esperienza diretta in politica.

Lo faccio con il sorriso ed a cuor leggero, nella convinzione di aver sempre dato il meglio di me, impegnandomi per realizzare le mie idee, incurante di convenienze ed indicazioni gerarchiche quando non condivise; ed orgoglioso di non aver mai dato ad alcuno adito a dubitare della mia onestà e trasparenza.

Lo faccio anche – non sarei sincero se non lo dicessi – con l’amarezza che provo nel pensare, guardandomi intorno, che se avessi oggi i 16 anni che avevo il primo giorno in cui pieno di orgoglio ed emozione misi piede in una sede di partito (che mi offriva prospettive cariche di pathos, ma anche di rischi e di assenza di convenienze personali), di tutto mi occuperei ed appassionerei, meno che di politica.

E questo è il segno del clamoroso fallimento della mia generazione e di quella che ci ha preceduti. Quindi una sconfitta che, in quota, mi appartiene.

Si volta pagina, quindi, nella serena convinzione che la vita nasconda in ogni angolo qualcosa che ti induce ad affrontarla con entusiasmo. E con entusiasmo comincerò a restituire il tempo sottratto a Francesca – spesso incolpevole ed insostituibile incassatrice dei malumori che non riuscivo a tenere fuori dall’uscio; ed agli amici, pochi ma veri, verso cui la scarsa disponibilità temporale non ha mai scalfito l’affetto sincero.

Mi aiuta, e non poco, la libertà che mi sono costruito mantenendo sempre – al pari della carriera politica – la mia attività professionale, che proseguirò con rafforzato impegno per aiutare i miei clienti a difendersi da questo stato nemico della libertà e della produzione di ricchezza.

E al giovane sedicenne che – oggi – avesse il coraggio di aprire la porta di una sede di partito, proprio questo mi permetto di suggerire: coltiva la tua passione, ma non smettere di investire in te stesso; studia, creati una posizione, renditi indipendente ed autonomo. Solo così, potrai fare politica da uomo LIBERO, capace di rifiutare compromessi o di interpretare ruoli e parole che non condividi.

Grazie a tutti quelli che, con il loro sostegno o con le critiche anche accese, hanno alimentato quel fuoco di passione che la contingenza ha provato lungamente a spegnere.

So che continueremo a confrontarci e punzecchiarci con lo stesso gusto di sempre. Sapete che mi troverete sempre a destra.

Buona vita!