“Visita a Godenholm” (Adelphi, Milano 2008), traduzione di Ada Vigliani, è allo stesso tempo sia una ri-flessione ontologica, sia un esercizio spirituale, sotto forma e molto più di un semplice romanzo breve o di un lungo racconto. In Ernst Jünger (Heidelberg, 29 marzo 1895 – Riedlingen, 17 febbraio 1998) il Novecento, per mezzo delle sue opere, ha conosciuto la desertificazione spirituale e nuove fioriture culturali su radici che sembravano oramai rinsecchite per sempre.

Si tratta di un testo scritto nel 1952, quando, sotto lo scenario della “Guerra Fredda”, si andava a perfezionare il controllo tecnologico e globale del pianeta, ovvero si innestavano i semi dell’odierna rivoluzione informatico-planetaria. Su un’isola sperduta nel Mare del Nord alcune persone, orientate a conoscere il proprio vero Sé, vengono ospitate nella dimora di un uomo “mistico”, servito da una domestica irriverente e beffarda, un pescatore con il petto sfregiato, e da una servetta taciturna e quasi misteriosamente onnipresente. Gli ospiti verranno contemporaneamente in contatto con il principio della luce e con gli abissi delle tenebre. Junger si dimostra un vero e proprio Mago della parola, portando il lettore a vivere nei giorni in cui la notte e quasi inesistente, dove il tempo dell’orologio e della civiltà cessa di scorrere. Un medico-filosofo, uno studioso di preistoria ed una giovane donna ascoltano gli apoftegmi del Maestro, e per mezzo dell’ipnosi e, probabilmente, dell’assunzione di allucinogeni, si immergono all’interno della loro caverna platonica ed oceanica. Ne scaturisce una precisa e puntuale descrizione del loro viaggio, delirante ed allucinato, spesso sognante attraverso un prisma di luci, suoni e colori. Gli ospiti e passeggeri sono così trasportati all’interno di tele tropicali e pianure mitteleuropee, interni rustico-contadini ed aurore boreali.

“Schwarzenberg continuava a tenere lo sguardo fisso su Moltner – l’immagine stessa della desolazione. La fisionomia era caduta come una maschera, era cancellata. Si restava costernati vedendo quale brutalità potesse manifestarsi su un viso così fine, così intelligente. Lo stato roccioso irrompeva in mezzo all’humus, il magma tra i vigneti. Nel frattempo un sorriso si delineava sempre più netto sul volto di Schwarzenberg. Era come una lampada, la cui luce, via via più intensa, si stesse facendo insostenibile. Sembrava fosse passato un tempo infinito. Ma i rumori contraddicevano quest’impressione, perché fuori qualcuno spazzava ancora l’aia. Potevano essere trascorsi solo pochissimi minuti, durante i quali avevano udito alcuni accordi di musica, i richiami di uno stormo di oche selvatiche, i latrati di un cane. Non c’era stato altro, se non una pausa nella conversazione, e Schwarzenberg si ricollegò – questa volta in tono interrogativo – al suo ultimo rilievo. “Lei sa di più, non è vero?”. Tutti si sentirono interpellati, benché la domanda fosse rivolta a Moltner. Questi ne fu colpito come da un’arma di cui avesse sempre ignorato l’esistenza. Una sensazione paragonabile soltanto allo choc, che segue a un attacco al tempo stesso violento e osceno, ma andava ancora in più in profondità perché era come gli venissero strappati non solo gli abiti, ma anche lembi di pelle, di quella superficie che egli riteneva indissolubilmente, inseparabilmente unita a sé. Era esausto, dilacerato, e adesso si trovava in mezzo al guado e in balia del vuoto, dopo un incontro che aveva voluto, senza però mostrarsene all’altezza. Sedeva sprofondato nello stallo con le braccia penzoloni, come lo avessero preso all’amo. Fuori, nel raspare e nel battere, si avvertiva adesso una nota di infinita mestizia. Anche Ulma e Einar coglievano questa tonalità. Ulma aveva l’impressione di essere in una grotta, molto al di sotto del terreno coltivato, in ampie sale, dove si udivano lamentosi mormorii”. (Pagg. 84,85,86).

Dopo il nazionalista e l’eroe combattente della Prima Guerra Mondiale, dopo esser stato l’unico sopravvissuto alla “Operazione Valchiria” e tra i pochi al naufragio della “Rivoluzione Conservatrice” sino al termine della Seconda Guerra Mondiale, Ernst Junger, si poneva sul piano della veggenza metastorica e metafisica. Demiurgo ed artefice, probabilmente, delle metafore intorno al secolo scorso, il Novecento, più reali e veritiere al tempo stesso. In centoquattordici pagine con Platone ed oltre Platone.