Nel 1852 Cavour perfeziona il suo progetto politico. Per una possibile riscossa antiaustriaca — inizialmente limitata all’Italia settentrionale — il conte comprende che è necessario coinvolgere, controllandole attentamente, tutte le forze disponibili: dai federalisti agli ammiratori di Garibaldi, dai cattolici ai repubblicani delusi. Offrendo a (quasi) tutte le componenti del frammentato movimento nazionale un’alternativa politica realistica e, soprattutto, vincente al generoso quanto sterile agitarsi delle organizzazioni mazziniane, l’Associazione Nazionale e il Partito d’Azione.  

Nel febbraio del ’53 il tragico fallimento a Milano dei moti insurrezionali e l’ancor più truce epilogo dei processi di Mantova e Ferrara, confermano una volta di più il velleitarismo dell’attivismo rivoluzionario e il movimento democratico prende definitivamente le distanze da Giuseppe Mazzini, apertamente rimproverato da Carlo Cattaneo per la sua ostinazione a immolare i suoi seguaci «in progetti intempestivi e assurdi». Persino Karl Marx, in un articolo del New York Daily Tribune dell’8 marzo 1853, depreca con ironia “le rivoluzioni improvvisate” del genovese che comportavano solo l’inutile sacrificio di insorti e popolazioni. Accuse durissime che amareggiano profondamente “l’apostolo dell’unità”. Intanto consistenti segmenti della galassia patriottica iniziano a considerare con nuovi occhi l’ipotesi cavouriana-sabauda; l’anno dopo, Giuseppe Garibaldi, appena rientrato dal Sud America dichiara senza imbarazzi «oggi l’Italia tutta guarda al Piemonte come il navigatore alla tramontana».

Ma la fiducia dei patrioti non può bastare. Vittorio e Cavour ne sono consci e, da uomini pragmatici quali sono, sanno che prima d’affrontare la questione italiana è necessario uscire dall’isolamento internazionale. L’occasione arriva presto. Nel 1853 scoppia la guerra tra Russia e Turchia nella lontana Crimea. A difesa dei loro interessi nel Levante, Francia e Gran Bretagna intervengono al fianco degli Ottomani e il conflitto rischia d’allargarsi all’intero continente. Cavour afferra l’occasione e ottiene dal parlamento l’approvazione per l’intervento in Oriente. Il regno invia nel 1855 un contingente di diciottomila uomini al comando di Alfonso La Marmora e del fratello Alessandro, il fondatore dei bersaglieri. Ai loro ordini Giovanni Durando, l’ex comandante dei pontifici nel ’48 e i generali Manfredo Fanti e Enrico Cialdini, esuli modenesi. La spedizione è già — in nuce — una missione italiana.

L’impresa per l’esercito sardo, da poco riorganizzato, è uno sforzo enorme: come ricorda Pietro Pieri, la Crimea inghiotte «un quarto della fanteria, metà dei bersaglieri, un quarto dell’artiglieria, un settimo della cavalleria e un’aliquota notevole dei servizi».  La campagna, accanto alle valenze politiche, rappresenta anche il primo banco di prova dell’esercito dopo la disfatta di Novara e il bilancio è più che soddisfacente. I piemontesi si battono bene e sulla Cernaia dimostrano il loro valore, ma un nemico più infido massacra le loro file, il colera. Il morbo si accanisce sui combattenti d’entrambi gli schieramenti e miete 1800 vittime nel contingente sardo, tra cui lo stesso Alessandro La Marmora. Una perdita importante.

I caduti di Crimea consentono al Piemonte di assumere una dimensione internazionale. In veste di rappresentante di una (piccola) potenza vincitrice, Cavour partecipa a pieno titolo nella primavera del ‘56 al Congresso di Parigi indetto dalle grandi potenze per ridiscutere la situazione continentale. L’otto aprile, praticamente al termine dei lavori, il conte ottiene, grazie all’intercessione del ministro degli esteri francese Walewski, di poter affrontare la “questione italiana”. In un sofferto discorso il primo ministro sabaudo pone in evidenza — e in termini innovativi — il problema nazionale: per la prima volta in un consesso europeo l’Austria è accusata di turbare gli equilibri internazionali e, a causa delle sue politiche ottuse, fomentare derive estremiste. I diplomatici viennesi protestano ma a dare manforte al piemontese si alza, inatteso, il ministro degli esteri britannico Lord Claredon che si lancia in una durissima requisitoria contro l’Austria, lo stato pontificio e, soprattutto, il re di Napoli. È quest’ultimo il vero obiettivo dello scaltro Claredon: Londra, attenta agli equilibri mediterranei e — ancor più — al prezioso zolfo siciliano, non perdona all’anglofobo Ferdinando II la sua politica commerciale protezionistica e le sue simpatie per lo zar. Cavour con disinvoltura intasca l’interessato quanto importante sostegno britannico. Per il regno sardo il congresso termina con una vittoria diplomatica importante che però nulla porta in termini immediati. Ma il colpo è ben portato e apre la porta a nuove prospettive sia italiane che europee.

Sullo scenario interno il conte propone al movimento nazionale — ulteriormente scosso dalla tragica fine nel Cilento della disperata spedizione di Carlo Pisacane — un progetto articolato in due fasi. Cerchiamo di riassumerle: in primis, se è terminato il tempo delle insurrezioni, dei colpi di mano, delle cospirazioni, tanto meno si può ragionare in logiche dinastiche o regionali e non vi è più spazio per i conflitti di mero “ingrandimento” del Piemonte. È invece arrivato il momento di una vera e propria guerra di indipendenza. Secondo punto. Per realizzare e vincere questa guerra d’indipendenza sono necessarie, come ricorda Luciano Cafagna nel suo Cavour (Bologna, 2010), «una forza militare organizzata, un potere capace di negoziare alleanze all’esterno e ottenere sostegni all’interno, una capacità politica di andare per questa strada. Dopo la Crimea la monarchia piemontese offriva ora anche quest’ultimo requisito: la capacità politica».

Su queste coordinate si forma la “grande convergenza” tra Stato sabaudo e lo schieramento unitarista e nasce nel 1857 un nuovo soggetto politico, la Società Nazionale Italiana. Un’idea vincente. L’organizzazione, affidata al patriota siciliano Giuseppe La Farina e sovvenzionata dal governo di Torino, raccoglie presto gran parte della diaspora mazziniana e federalista e si diffonde clandestinamente prima nell’Italia centrale e poi nel Veneto, in Lombardia e in Sicilia. Tra i primi ad aderire alla Società vi sono Daniele Manin — il primo presidente — e Giuseppe Garibaldi, due dei protagonisti del’48.

 

Nel frattempo il conte continua ad operare sullo scenario internazionale. Con abilità e spregiudicatezza. Cavour riesce a inserire il Piemonte nella commissione internazionale chiamata a risolvere dal Congresso di Parigi la remota questione dei principati di Valacchia e Moldavia (il nucleo dell’attuale Romania). I due territori sono contesi tra Russia, sostenuta dalla Francia, e Turchia, appoggiata dagli Inglesi e dagli austriaci. La questione, ai più, sembra insignificante ma Cavour comprende con assoluta lucidità che valacchi e moldavi sono solo le prime pedine di quel “grande gioco” — il great game narrato da Kipling — che per più di mezzo secolo opporrà, lungo un arco teso dalla Balcania all’Asia centrale, britannici e russi, le due super potenze dell’epoca. Per una piccola ma ambiziosa realtà come il regno Sardo, diventa obbligatorio — pena la marginalizzazione — inserirsi nei meccanismi diplomatici e tentare d’ottimizzare al massimo il proprio modesto contributo.

Su queste coordinate e destreggiandosi tra gli opposti interessi britannici e francesi — gli interlocutori principali del Piemonte liberale — il ministro riesce a non scontentare troppo Londra e a minare i rapporti tra Parigi e Vienna. Si apre così una sottile “partita parallela” tra il Regno sardo e le potenze occidentali; come ricorda Cafagna, tra il 1858 e il ‘61 «il problema di scelte tra Francia e Inghilterra si porrà più volte. Inghilterra e Francia cercavano di escludersi reciprocamente da una influenza egemonica nell’Italia in sommovimento e, lavorando su questo, si riuscì a tenerle fuori, in pratica, tutte e due».

Da “Il Milanese e l’Unità d’Italia”, Touring Club editore, Milano 2011