La vera assente nel confronto elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo è stata – non sembri un paradosso – proprio l’Europa. Dei destini del nostro Continente non si è parlato. Della sua collocazione geopolitica non  un cenno. Della sua proiezione mediterranea neppure. Di politiche sociali non pare interessare ai più.

Per l’Italia la sfida “decisiva” pare essere solo quella all’interno dell’attuale maggioranza di governo, tra M5S e Lega, magari avendo  un occhio rivolto ai rapporti di forza nel centrodestra (con Forza Italia in affanno ed il nuovo dinamismo di Fratelli d’Italia) ed uno sguardo verso il Pd di Zingaretti, alla prima prova elettorale. Poco, troppo poco, per dare ali e motivazioni autentiche ad una sfida che va evidentemente ben oltre il fronte dei disillusi (anti UE) e quello degli europeisti ad oltranza.

Al fondo di tutto  il non detto delle radici che dovrebbero dare vita e ragioni profonde ad un’Unione ancora  parcellizzata nei suoi parametri economici, divisa  dai suoi piccoli egoismi, sfibrata dagli spread e dalle percentuali finanziarie, priva di quelle parole d’avvenire, che nascono dalla consapevolezza di una spiritualità condivisa, seppure declinata diversamente.

Manca ancora verso  l’Europa quell’amore carnale, concreto, patriottico, evocato da Pierre Drieu La Rochelle negli anni terribile dell’ultima guerra fratricida. Manca l’orgoglio per quei “gioielli” culturali che ne hanno fatto ed ancora ne fanno la grandezza, per oltre ogni piccola visione economicistica:  l’ Europa olimpica e dorica, protesa, da Capo Sounion,  per  farsi abbracciare dal Mediterraneo,  Madre antica  che non teme le notti glaciali,  certa, nell’attesa,  che la luce tornerà ad irradiarla.  Europa di templi e di dei, romana ed imperiale, audace e guerriera. Cervello socratico e cuore cristiano – come scrisse un grande europeista spagnolo (Salvador de Madariaga).  Capace di specchiarsi nei vetri delle sue cattedrali, segno d’una epoca splendente  d’oro, d’argento, d’azzurro, di rossi e di verdi, fiammeggiante – per dirla con l’indimenticabile Drieu – sui portali delle chiese, nei saloni dei castelli, nelle case dei borghesi e dei fattori.

Europa  d’incunaboli e di immaginazioni futuriste, nel lungo rosario di genialità artistiche, scientifiche, drammaturgiche. Europa del lavoro e del diritto, capace di farsi esempio di civiltà.

Eravamo/siamo diversi  ? Certamente, ma nel senso indicato da José Ortega y Gasset:  “perché una Nazione esista è sufficiente che essa abbia coscienza del suo esistere”. Ed allora un’Europa,  cosciente del proprio ruolo,  avrebbe potuto essere, integralmente, organicamente sé stessa,  se avesse pensato meno  a farsi strumento burocratico,   orizzonte codificato entro cui morire d’inedia, coltivando i piccoli spazi della quotidianità.

A  saperla guardare l’Europa vera, che attende di prendere coscienza, continua a splendere fiammeggiante, come sugli antichi portali e  da lì bisognerà ripartire per trovare quelle visioni geopolitiche, mediterranee, sociali e culturali, che oggi mancano.  Chiamateci degli illusi: noi a questa Europa – malgrado tutto – ancora crediamo. Ben oltre gli appuntamenti elettorali.