1955-1956-1957. Tre anni cruciali della storia italiana e di quella europea. Per un motivo semplice: furono gli anni nei quali l’Italia fu protagonista assoluta della costruzione dell’Europa.

Dal 1 al 3 giugno 1955 a Messina, città simbolo della Magna Grecia, si tiene la Conferenza che stabilisce la nascita della Comunità economica europea e della Comunità europea per l’energia atomica, la futura Euratom.

Il 29 maggio 1956 a Venezia, capitale di uno dei grandi imperi sul mare che hanno lasciato il segno nella storia del mondo, si svolge il Consiglio dei ministri dei Paesi membri della CEEA che dà il via definitivo alla stipula dei Trattati fondativi dell’unità europea.

Il 25 marzo 1957 a Roma, centro della civiltà mondiale, vengono firmati.

L’Italia insomma ha sempre avuto una vocazione europea e dell’Europa unita è stata autorevole fondatrice. E per ricordare che il Msi ha sempre aderito al progetto dell’unità politica e militare dell’Europa, oltre che economica e commerciale.

Dobbiamo chiederci quanto tempo è passato da allora. Ma soprattutto quanto sfarinamento progressivo ha impoverito quei progetti, quei sogni, quelle idee.

Quella era un’Europa politica che parlava di nucleare, di energia, di acciaio, di esercito comune. Era un’Europa che, sia pure in mezzo a mille nebbie imposte dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale, faceva intravedere orizzonti dignitosi e ambiziosi nei quali il nostro mondo ideale trovava senza difficoltà una sua collocazione ideale.

Penso alle prediche europee di quel grandissimo personaggio che fu Filippo Anfuso il quale, non a caso, dette vita al mensile Europa Nazione. Che divenne anche una delle parole d’ordine più popolari per generazioni di giovani e che per anni rimbombò nelle strade e nelle piazze di tutta Italia.

Era l’Europa nella quale un signore come Charles De Gaulle parlava di “Europa delle Patrie”. E nel suo Paese fiorivano gruppi di destra tutti con la bandiera dell’Europa Patria comune.

Era un’altra Europa, ma davvero un’altra Europa.

Sfido chiunque a segnalare se, per avventura, in uno dei tanti, tantissimi dibattiti dedicati al “caso italiano” c’è qualche, sia pur fugace, riferimento alle origini politiche del disegno europeo. Se c’è, per azzardo, qualche temerario che osa ricordare a se stesso (per ricordare a tutti) che quella Europa non è questa.

Bandiere? Roba vecchia, fuori mercato!

Idee? Ma quali idee!

Progetti? Ma quali progetti!

Oggi è tutto un inginocchiarsi davanti agli investitori, alle banche, al credito, alla finanza internazionale, ai numeri, alle agenzie di rating e agli altri mostri sacri della loro Europa.

Lo sport del momento è fare lo zerbino degli Juncker di turno.

La vera sconfitta di Mattarella non è l’agghiacciante flop del “governo del presidente”. E’ questa, proprio questa.

 

 

(Nella foto, Giorgio Almirante a Madrid, 1978. Comizio per l’Eurodestra)