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C’è un Paese, a due passi da noi, di cui si parla poco, pochissimo. Magari solo quando c’è qualche attentato. E’ il Libano. Eppure, piccolo che sia, il Libano è un Paese importante.

Per la storia che lo ha forgiato: basta dare un’occhiata alle lapidi di marmo rigorosamente italiano adagiate sulla montagna dopo la galleria della “corniche”, che raccontano come da lì, da quel varco, passarono gli eserciti di Alessandro Magno e poi quelli di Roma e prima ancora i commerci fenici. Per la finanza, che ne fa una vera e propria potenza regionale. Per la geografia, che ne fa una terra-chiave per gli equilibri geopolitici della zona.

Di questo Paese non si parla mai. Eppure con l’Italia il Libano ha tantissimi legami, culturali e commerciali, vecchi e nuovi.

Dal 25 maggio 2014 questo Paese, il Paese dei cedri, non ha un presidente della Repubblica. Una follia. Spiegabile solo con il coacervo inestricabile di veti incrociati che gli arrivano addosso dai Paesi vicini che mantengono le loro zone d’influenza, Arabia Saudita e Iran. Una anomalia tanto clamorosa quanto visibile anche agli occhi di un cieco. Anche da noi per la verità si fanno o cadono Governi per decisioni prese fuori dai confini nazionali. Ma questo è un altro discorso.

Il Libano dunque si trova da un anno e otto mesi senza Capo di Stato.

Ma due giorni fa, il 18 gennaio alle 19, uno dei leaders cattolici più amati, Samir Geagea, ha annunciato solennemente la storica decisione di appoggiare la candidatura alla Presidenza di un altro leaders cattolico molto amato, il generale  Michel Aoun. Entrambi si erano fronteggiati, con le rispettive milizie armate, in una atroce guerra civile intercristiana 27 anni fa che aveva fatto da antipasto alla occupazione siriana, della Siria di Assad padre.

Aoun dovette lasciare in modo rocambolesco Baabda, dove ha sede la Presidenza, semidistrutta per i bombardamenti siriani e andò in esilio in Francia, a qualche chilometro da Parigi. Geagea venne catturato da siriani e tenuto in una segreta tre piani sottoterra all’interno della sede del Ministero libanese della Difesa, occupato dalle truppe di Damasco.

L’esilio di Aoun e la prigionia di Geagea durarono poco meno di venti anni. Nel 2005 Aoun torna in Patria e Geagea viene liberato. La comunità cristiana ritrova i suoi leaders più rappresentativi e carismatici.

Ma i due continuano a stare distanti, l’uno contro l’altro. Aoun si allea con il “partito di dio”, gli Hezbollah sciiti, amici fidati di Teheran e alleati di quella Siria degli Assad contro cui aveva strtenuamente combattuto. Geagea si allea invece con la Corrente del Futuro, sunnita, guidata dal figlio del Primo ministro Rafic Hariri ucciso dietro il St. George e a due passi dall’Assemblea nazionale. Nella divisione il partito falangista Kataeb, guidato da Amin Gemayel, fratello dell’eroe nazionale Bashir, segue Geagea e si allea anch’esso con i sunniti di Hariri jr.

Un bel rompicapo insomma. Che però, e finalmente, dopo la decisione di Geagea di appoggiare il suo storico rivale, Aoun, nella corsa alla Presidenza potrebbe trovare la sua fine tanto desiderata dalle Cancellerie dei Paesi islamici e di quelli europei ma anche della Russia e degli Stati Uniti.

Geagea, con questa scelta, ha dimostrato di possedere non solo il coraggio morale che tutti gli hanno riconosciuto per i suoi quasi venti anni di isolamento sotterraneo ma anche il coraggio politico di voltare pagina sulle ferite laceranti della guerra intercristiana e del dopoguerra rissoso e snervante che lo ha visto combattere senza esclusione di colpi contro Aoun.

Certo, per far maturare questa non facile decisone hanno giocato anche valutazioni più “politiciennes”: la consapevolezza che la legge elettorale del 1960 ancora in vigore in Libano tende a marginalizzare progressivamente la comunità cristiana che una volta era maggioranza relativa e che ora invece è parecchio diminuita proprio perché è aumentata la diaspora (quasi tutta cristiana) verso l’estero, Canada, Brasile, Argentina e Australia soprattutto; ma anche la sensazione che sia Aoun sia Geagea venivano lentamente “mollati” dai rispettivi alleati, gli Hezbollah e la Corrente del Futuro.

In Libano ci si chiede come è stato possibile che i due abbiano, come d’incanto, smesso di odiarsi e adesso si amino. Non è così. Sono almeno dieci mesi che gli sherpa dell’uno e quelli dell’altro si incontrano, si parlano e si trovano d’accordo. Alle elezioni per i rappresentanti studenteschi all’Università americana di Beirut i giovani delle Forze Libanesi e quelli del Comitato Patriottico Libero hanno stravinto e operano felicemente insieme: un segnale ai rispettivi capi.

L’intesa Geagea-Aoun si poggia su un documento di dieci punti che abbracciano tante questioni, dalla riforma della legge elettorale alla libanizzazione delle milizie private (il riferimento agli Hezbollah che combattono in Siria è del tutto evidente), alla esigenza di ricollocare il Libano in un modo nuovo nella politica regionale visto l’accordo Iran-Usa che libera il ruolo di Teheran nell’area ma visto anche lo scontro sul petrolio fra Arabia Saudita e Stati Uniti che certamente indebolisce la dinastia saudita e non la Casa Bianca, ma anche la presa d’atto che l’intervento della Russia sta salvando la Siria di Assad jr. vicino strategico del Paese dei cedri.

Il primo effetto di questa nuova intesa intercristiana è che il Patriarcato maronita, tuttora assai influente, ha di fatto benedetto l’operazione. Il Patriarca, card. Rahi, domani sarà in Vaticano per riferire. Il secondo effetto è che la Corrente del Futuro è stata sorpresa dalla mossa che non ignorava ma sulla cui riuscita era a dir poco scettica e ora si dovrà pronunciare. Il terzo è che Hezbollah è in palese difficoltà perché il suo candidato ufficiale, Aoun, ha sottoscritto un accordo che certamente non può piacere al “partito di dio”.

Tutto fatto? No, ancora no. Allo stato Aoun può contare su 42 voti, Franjieh su 41. E otto deputati debbono decidere. E la maggioranza é di 65 voti. La palla insomma è nel campo di chi è rimasto a guardare e si è fatto sorprendere dal coraggio creativo di Geagea e dalla malleabilità di Aoun: Nabih Berry, presidente dell’Assemblea nazionale, sciita, capo di Amal, Walid Jumblat, capo del partito socialista, druzo, Saad Hariri, capo della Corrente del Futuro, sunnita, e Hassan Nasrallah, capo degli Hezbollah, sciita.

La prossima seduta per l’elezione è il 6 febbraio. Sarà quella della “fumata bianca”?

Qualunque sia il colore del fumo tutti a Beirut sanno però che la vera partita non è la battaglia per le presidenziali ma la guerra per la legge elettorale e quindi per le legislative.

Il Libano insomma è tornato ad essere un interessante laboratorio politico. E quel che succede a Beirut può anticipare quel che può succedere lì intorno.