Gli scontri avvenuti lunedì alla frontiera fra il movimento sciita filo-iraniano Hezbollah e l’esercito israeliano sono un nuovo, duro colpo alla politica di “apertura e neutralità” del Libano, come chiesto a più riprese di recente dal card Beshara Raï. Ecco perché dal patriarcato maronita, in queste ore, si rilancia “la necessità di uno status neutrale” per il Paese dei cedri, costretto a “vivere il timore di una possibile guerra, mentre è estraneo ai fatti occorsi” e che hanno innescato e inasprito “le tensioni”.

Secondo fonti rilanciate dai media israeliani, un gruppo di miliziani di Hezbollah avrebbe cercato di superare il confine e lanciare missili anti-carro contro una postazione delle forze armate con la stella di David (Idf). Lo scontro è avvenuto nella zona di Kfarchouba, nei pressi del Monte Hermon ed è una risposta delle milizie sciite all’uccisione il 20 luglio scorso di Ali Kamel Mohsen, miliziano di primo piano del gruppo durante un raid in Siria, opera di Israele.

Commentando l’incidente di ieri, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in contatto costante con l’alleato di governo e ministro della Difesa Benny Gantz, ha parlato di situazione “complicata” in materia di sicurezza. Per il leader israeliano “Hezbollah sta giocando con il fuoco” e minaccia “una risposta di grande forza” nel caso di un ulteriore attacco o rappresaglia contro il proprio Paese o interessi nella regione. Immediata la replica di Hezbollah, che ha smentito con forza la partecipazione a “scontri” con l’esercito israeliano lungo il confine e nell’area delle fattorie occupate di Sheeba, in seguito a un tentativo di “infiltrazione terrorista”.

Commentando le violenze delle ultime ore, una fonte del patriarcato maronita rilanciata da L’Orient-Le Jour (LOJ) sottolinea che “questo incidente mostra” ciò che il card Raï intende “per neutralità positiva del Libano di fronte alle tensioni e ai conflitti regionali”. Il Paese, prosegue la fonte, “non si può assumere le conseguenze di un conflitto del quale non è parte, ma nel quale è trascinato proprio malgrado da un’armata che prende i propri ordini da Teheran”. Negli scontri, conclude la fonte, “non è il gioco il tentativo di liberare una parte del territorio libanese”, ma è una “risposta, in parte psicologica, a un attacco israeliano in Siria”. Ed è la popolazione libanese “che rischia di pagarne il prezzo”.

 

Fonte Asia News