I sogni si sa non sempre si avverano. Ma illudersi che almeno su qualche pezzetto della Libia post gheddafiana l’Italia tornasse a difendere i propri interessi nazionali e i propri connazionali era lecito.

Due anni e mezzo di governo Renzi hanno spazzato via anche quest’illusione. Oggi l’antica «quarta sponda» è lo Stige dei nostri imprenditori e dei nostri lavoratori che – quando va bene – devono rinunciare a crediti ed impiego, quando va male rischiano di rimetterci le aziende e la vita. Certo non tutte le colpe sono di Renzi, ma quanto successo dal 2015 in poi è tutta farina del suo sacco. Farina dilapidata inseguendo non una politica nazionale autonoma – seppur coordinata con Stati Uniti ed alleati europei – ma impegnandosi a traghettare a Tripoli il governicchio di Fayez Al Sarraj.

Fino ad allora Renzi qualcuna ne aveva imbroccata. Aveva capito che un rapporto forte con l’Egitto del presidente Abdel Fattah al-Sisi era fondamentale non solo per contrapporsi allo Stato Islamico, alle milizie islamiste e ai Fratelli Musulmani appoggiati da Turchia e Qatar, ma anche per garantirsi un rapporto stabile con Khalifa Haftar, l’unico vero uomo forte del dopo Gheddafi. Poi, però, fedele alle concertazioni con Obama e ai disegni di un Martin Kobler, che oltre ad essere l’inviato dell’Onu è anche un uomo di Angela Merkel, ha preferito impegnarsi a favore dell’esecutivo Sarraj. Un esecutivo che oltre a non conseguire nessuno degli obbiettivi affidatigli, si sta dimostrato devastante per i nostri interessi. In questo panorama il rapimento dei nostri due connazionali intorno al remoto aeroporto di Ghat è solo la punta dell’iceberg. Il problema vero è che ad oggi Sarraj non garantisce neppure la sicurezza del centro di Tripoli dove milizie e bande rivali continuano a combattersi a colpi di rapimenti, esecuzioni sommarie e scontri armati. Un simile disastro rende poco plausibile non solo il ritorno delle nostre imprese, ma persino la riapertura della nostra ambasciata. Sul fronte migranti la situazione è, se possibile, ancor peggiore.

A tutt’oggi il governo del nostro protetto non ha mosso un dito per combattere i trafficanti di uomini e la tratta degli esseri umani. E la ragione è molto semplice. Il traffico di esseri umani è l’unica risorsa in grado di portare liquidità per milioni di euro a Tripoli. Mancando quella il governo Serraj non saprebbe come garantire la sopravvivenza economica dei propri territori. Ed infatti il nostro uomo a Tripoli si guarda bene, dal concedere alla missione navale europea Sofia l’autorizzazione ad operare nelle proprie acque territoriale. Così i migranti continuano ad affogare, i trafficanti ad arricchirsi e i militari europei a fare i bagnini scaricando i profughi sulle nostre coste. Il fallimento più eclatante riguarda il principale obbiettivo affidato a Sarraj dalla comunità internazionale e dall’Italia. In sei mesi il premier su cui avevamo scommesso per ricomporre la Libia ha, per contro, trascinato Tripolitania e Cirenaica sull’orlo della guerra civile. Il tutto dopo essersi fatto sottrarre dal generale Haftar il controllo di quei terminali petroliferi fondamentali per commercializzare il greggio. Renzi potrebbe eccepire che gran parte della produzione di gas e petrolio dell’Eni arriva dalla Tripolitania e dai pozzi «off shore» ed è quindi naturale tenere d’occhio più Tripoli e Misurata che Tobruk. Ma c’è un problema. Haftar militarmente è ben più consistente di quello Stato Islamico arroccato a Sirte che le milizie fedeli a Sarraj non hanno ancora sconfitto nonostante tre mesi di assedio, oltre cinquecento caduti, l’appoggio aereo degli Stati Uniti e la consulenza delle forze speciali occidentali. E questo è molto preoccupante. Perché se lo scontro intestino si allargherà il nostro paese, i nostri imprenditori e i soldati mandati a difendere l’ospedale di Misurata si ritroveranno ad avere come nemico non solo l’Isis, ma anche le milizie di Haftar ed i suoi alleati, in primo luogo Russia ed Egitto. E per un’Italia che in Libia ha un disperato bisogno di difendere i propri interessi energetici, le proprie aziende e i propri connazionali è come aver ucciso Gheddafi per la seconda volta.