Le truppe del “Governo di Accordo Nazionale” del presidente Fayez al Serraj hanno riconquistato Gharian, città a quaranta chilometri a Sud di Tripoli. Dall’inizio di aprile la località era diventata la principale base nelle retrovie per l’attacco alla capitale della milizia di Khalifa Haftar. Se l’esercito di Serraj riuscirà a sventare il contrattacco di Haftar, il tentativo del generale sarà sventato. Il primo cittadino di Gharian, Yusuf Bdiri, ha detto al telefono all’Agenzia Nova che i soldati di Serraj sono entrati in città avanzando da nord-ovest, attraverso i quartieri di Al Qawasm e Abu Sheiba: “Le forze di Haftar hanno subito pesanti perdite nell’attacco”, ha detto Bdiri, “almeno venti uomini sono rimasti uccisi e i loro corpi sono stati trasferiti nell’ospedale di Gharian”. Secondo altre fonti, l’esercito di Serraj è riuscito a conquistare quasi tutta la città. La reazione de la Libyan National Army di Haftar non si è fatta attendere per mezzo del bombardamento indiscriminato sul centro cittadino. Gli uomini di Haftar sono in difficoltà anche nella base che avevano creato all’interno dell’aeroporto internazionale di Tripoli, a circa venticinque chilometri dalla città. La Lna è stata costretta a trincerarsi in un’area remota dello scalo circondate dalle truppe di Serraj.

A questa svolta militare corrisponde un processo di indebolimento politico di Haftar sempre più deciso. Nella sua visita a Roma il ministro degli Esteri degli Emirati, Anwar Gargash, ha affermato che “in Libia dobbiamo tornare al processo politico”. Gli Emirati sono uno dei principali sostenitori politici e militari di Haftar, ma forse sembrerebbero avere realizzato che il colpo d’ala militare del generale di Bengasi è fallito. Di questa nuova fase a Roma hanno discusso il ministro dell’Interno Matteo Salvini e il suo collega libico Fathi Bishaga. Il ministro libico ha fatto una breve visita in Italia per fare il punto della situazione con Salvini, non solo intorno al preoccupante fenomeno migratorio, ma anche in merito alla situazione militare: Salvini sin dal giugno del 2018 ha mostrato sostegno al governo Serraj, chiedendo al primo ministro Giuseppe Conte di moltiplicare l’appoggio a favore delle forze del presidente del governo di Tripoli. Nonostante tutti gli accadimenti degli ultimi mesi, che avevano fatto pensare a un cambio radicale negli equilibri interni al Paese, con la conquista di Tripoli da parte dell’Esercito nazionale libico, la situazione, oggi, dopo mesi di aspri combattimenti, non è mutata. “Non ci sono cambiamenti sul terreno”. Questa è la frase che si sente ripetere costantemente dalle persone che si trovano nella capitale e nelle zone vicine. I motivi sono oramai noti. L’ex uomo forte della Cirenaica, che pensava di far capitolare Tripoli, così per lo meno andava dicendo nei social, è stato fermato dalle milizie di Misurata, fedeli al leader del governo riconosciuto dall’Onu. Forse Haftar era stato mal consigliato sulla facilità dell’avanzata verso Tripoli dai suoi alleati regionali (Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita) o, forse, la differenza, per le milizie dell’ovest, l’hanno fatta i costanti flussi di armi degli “amici” turchi. Qualunque sia il motivo di questo stallo una cosa, al momento, appare certa: le milizie di Haftar paiono stanche e demotivate, mentre quelle alleate a Tripoli sempre più aggressive e risolute.

Se è vero che il tentativo di mediazione di Serraj, che qualche giorno fa aveva tentato la carta diplomatica, proponendo una conferenza nazionale sotto l’egida dell’Onu per mettere fine alla guerra, non ha sortito i risultati sperati, è anche vero che Haftar non sembra versare in condizioni migliori. In una recente intervista, riportata dal Libya Observer, il generale, pur ribadendo che le manovre militari continueranno finché non sarà stato raggiunto l’obiettivo, ha anche annunciato che potrebbe formare un nuovo governo al di fuori di Tripoli se le sue forze non riusciranno a entrare nella capitale libica e assumerne il controllo. Una velata ammissione del “pantano” in cui al momento si trova e un modo per tentare una exit strategy quanto più dignitosa possibile.

Se davvero Haftar dovesse decidere per una ritirata strategica perderebbe la legittimità che si è guadagnato recentemente. Questo, però, non comporterebbe un rafforzamento di Serraj in tutto il Paese perché il leader del Governo di accordo nazionale non è capace di estendere la sua influenza su Bengasi, né tantomeno sulle milizie di Misurata che, avendo combattuto strenuamente per la tenuta del suo governo, si presenteranno a chiedere il conto. Ma quest’ultime, a loro volta, non sono in grado di rappresentare tutta la Libia perché vicine alla Fratellanza musulmana, invisa agli alleati di Haftar e non amate nell’est.

Il caos che ha comunque dimostrato la fragilità dei due capi libici, potrebbe propiziare il ritorno di Saif al Islam Gheddafi. Il secondogenito del defunto rais libico, che ha mostrato una buona capacità politica. Come Haftar, anche Saif fa perno sul tema della sicurezza che più preoccupa la popolazione. Ha fondato il “Fronte popolare per la liberazione della Libia”, un movimento politico nato nel 2016 per “liberare il territorio dal controllo delle organizzazioni terroristiche e dagli stranieri”. Dovrebbe avere il sostegno della Russia e dell’Italia. Il presidente di FederPetroli, Michele Marsiglia, in un comunicato stampa del 23 marzo del 2018, ha affermato che solo lui ha il potere di rilanciare il settore dell’oil & gas in Libia. Al momento la posizione del figlio del rais assassinato non è nota in quel che resta del pantano libico. Tutti per tutti e tutti contro tutti.