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L’elaborazione dei piani per l’apertura di un terzo fronte nella guerra contro Stato islamico è in corso da settimane. Parliamo di una significativa escalation che potrebbe innescare un effetto domino su larga scala e diffondersi in altri paesi del continente.

Quella definita dal Pentagono come la “decisiva azione militare” in Libia (le ultime stime parlano di tremila combattenti affiliati Isis) potrebbe iniziare nel giro di settimane. Condotta prevalentemente dagli USA, alla campagna militare dovrebbero prendere parte anche Gran Bretagna, Francia e Italia. Negli ultimi due anni, mentre le attenzioni del mondo si siano concentrate in Iraq prima e successivamente in Siria, prendeva corpo il principale incubo per l’Europa: l’acquisizione totale o parziale della Libia da parte delle milizie dello Stato islamico. L’obiettivo del califfato è quello di stabilire un’altra roccaforte nel mondo arabo (ricca di risorse), con il fine di creare un’ideale punto di partenza a nord per lanciare attacchi terroristici sul suolo europeo attraverso il Mediterraneo.

Nel caos dopo l’esecuzione dell’ex leader libico Muammar Gheddafi nella sua città natale di Sirte, la Libia è divenuta un incubo per la sicurezza nella Regione, ma anche per le implicazioni più ampie che potrebbe avere nelle lotta al terrorismo globale.

Le conseguenze del disfacimento dello status quo senza una strategia post Gheddafi, (nonostante i medesimi episodi in Iraq, Afghanistan e Yemen) e l’assenza di uno stato di diritto hanno rappresentato terreno fertile per l’insediamento di violenti gruppi estremisti islamici: Stato Islamico dell’Iraq ed al-Qaeda.

Con due governi rivali ora in competizione per il potere, la Libia sembra essere impantanata in una guerra civile sanguinosa che non sembra conoscere fine.

Approfittando del caos, lo Stato islamico ha stabilito tre wilayat (province): Tarablus lungo la costa occidentale, Fezzan nel sud-ovest, e Barqah a est. Posizione chiave quella della città costiera di Sirte. Il valore strategico della Libia è fuori discussione: con il suo accesso ai porti ed alle rotte di contrabbando, rappresenta un importante bacino di reclutamento per i combattenti stranieri provenienti da altre parti della regione (in particolare Tunisia, Egitto ed Algeria). Così come protocollo, lo Stato islamico sta concentrando i suoi attacchi contro le risorse petrolifere e di gas del paese a ovest e lungo la costa orientale di Sirte.

Storica, invece, la presenza di al-Qaeda. Per quest’ultima la Libia è un florido focolaio di reclutamento fin dagli anni ‘90, con Derna e Bengasi principali basi logistiche ed operative dell’organizzazione terroristica. Dalla caduta di Gheddafi, il ramo di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) ha ampliato la sua base operativa nel deserto sud-occidentale della Libia, stabilendo alleanze con le tribù nomadi Tuareg. Questi ultimi si sono ritagliati un particolare ruolo: controllare le rotte per il contrabbando e fornire via alternative per sfuggire alle fazioni nemiche.

Adesso siamo pronti per aprire il terzo fronte contro lo Stato islamico

Già, ma qual è la strategia? Quale sarà la componente di terra? Ed è davvero possibile credere che seimila operatori dei reparti speciali (tra inglesi, americani, francesi ed italiani) possano sedare la ribellione in atto in Libia? Storicamente parlando, nessuna guerra è mai stata vinta soltanto dall’aria. È la sinergia tra le forze armate che rende l’aviazione devastante, ma senza una componente terrestre, i risultati sono limitati. Storia insegna. In Libia sono già attive alcune unità della Navy Seal in missioni speciali di ricognizione, considerando l’ambiente ad alta densità ostile. Dal Pentagono parlano di schieramento entro poche settimane, ma il contesto libico è ancora più complicato di quello che gli USA affrontano ogni giorno in Iraq e Siria. Le milizie ed i gruppi estremisti si allineano ed entrano in contrasto in tempi e modalità diversi: non esiste una chiara linea di demarcazione tra loro. A differenza del contesto siriano, le milizie libiche hanno una marcata derivazione militare e molte di loro sono state equipaggiate ed addestrate proprio dall’Occidente. La maggior parte delle milizie operanti in Libia nacquero come “forze di difesa locali” durante la rivolta contro Gheddafi in piena primavera araba. Invece di scrivere una nuova costituzione subito dopo la fine del Rais, le milizie continuarono a combattere tra di loro, non riconoscendo l’autorità del governo centrale. In realtà, l’Occidente si defilò dal contesto post Gheddafi, rifiutando di inviare una forza di stabilizzazione che avesse potuto garantire la transizione ed il potere verso il nuovo (e poi dimostratosi caduco) governo.

Nelle prossime ore potremmo assistere anche ai primi raid aerei sulla Libia. Potrebbero anche aver senso in vista di una forza di invasione terrestre che, però, non ci sarà. La campagna aerea (che sarebbe guidata da un’incerta presenza sul campo) potrebbe soltanto limitarsi ad eliminare qualche figura di rilievo dalla “costellazione islamica estremista”.

Se alcuni paesi europei hanno ottenuto il consenso popolare per un intervento su larga scala (che in realtà non possono compiere perché non più strutturati per una tale campagna), l’opinione pubblica degli Stati Uniti non è ancora pronta per un’altra guerra (che potrebbe essere un nuovo Vietnam). I singoli paesi della NATO possono anche gestire autonomamente delle piccole forze di proiezione e di contenimento, ma la vera forza dell’Alleanza senza gli Stati Uniti, per un intervento su larga scala, è ancora tutta da dimostrare.

Franco Iacch, Il Giornale, 28 gennaio 2016