In mesi, in cui appaiono sempre più condizionanti e trionfanti nel quadro politico termini sconsolanti come equivoco e compromesso, è difficile accettare un lavoro, basato su una idea forte e su un principio radicato: “abbiamo impegnato secoli di civiltà per guadagnare un valore fondante: lo Stato ha il diritto e il dovere di assicurare la difesa dei cittadini e di provvedere alla loro sicurezza”.

Eppure respingere, snobbandole, o rifiutare nella pratica e nella linea operativa e programmatica la tesi sostenuta da Buttafuoco non comporta altro che delineare una prospettiva confusa, tribale, lontana se non antitetica a qualsiasi ispirazione di fondo, cioè statale.

Strumentale e settaria, quasi irridente, secondo lo stile consueto, al massimo fastidioso, è l’analisi fatta da uno dei 4/5 “cavalieri dell’Apocalisse”, personificazione del senno e di ogni verità, che riempiono le colonne del “Corriere”.

Non è possibile perché non è vero che Buttafuoco e Abbate demoliscano “un tema caro” alla loro area culturale, perché la destra è tale solo se non altera e non inquina il suo naturale e congenito senso dello Stato.

I due autori non si richiamano e non si ispirano a Stati dittatoriali con mire internazionali egemonizzanti, quale è la Cina, guardata con enorme favore dai politici e dagli industriali nostrani, ma a “quasi tutti i Paesi democratici” in cui “la sicurezza e il contrasto alla criminalità sono di competenza esclusiva dello Stato”.

Buttafuoco ed Abbate eleggono a modello da richiamare il “signor Veneranda”, il personaggio creato da Carletto Manzoni e sostengono, in maniera decisa, tutt’altro che infondata, che la pistola “sciaguratamente” regalatagli “è la soluzione più facile e comoda per tutti”. A loro, ma non solo loro, in questo modo “lo Stato ponziopilato […] se ne lava le mani quando sulla sicurezza della comunità ci dovrebbe peredere il sonno e la ragione”. Gradisce e condivide la via scelta dal “signor Veneranda” anche “il cittadino, abituato a lamentarsi, ma nello stesso tempo portato a girarsi da un’altra parte e lasciare che se la sbrighino da soli gli sbirri”.

Con tutti i risultati scontati e con quelli potenziali, prodotto della confusione, della superficialità e di tanti calcoli di corto respiro, possono rappresentare un bilancio condivisibile queste idee sostenute da Buttafuoco ed Abbate: “Se l’Italia fosse Patria, sarebbe altro. “La Destra siamo noi” dice Pansa in un suo libro. Ed è la destra che non ha diritti di cittadinanza, è quella del paradosso tutto italiano: la destra come anima segreta della Nazione impossibilitata a darsi un destino politico.

L’Italia non riesce a essere di destra perché la maggioranza degli italiani è silenziosa . E rabbiosa. Ma ciò accade per mancanza di alfabeto più che di coraggio. Non ha parole, infatti, la maggioranza degli italiani, facendo di necessità virtù subisce e assume quelle degli altri. Quelle minoranza, anzi, quelle delle élite che solo in Italia, per specialissimi lombi, non si forgiano nell’elitarismo conservatore ma nella sinisteritas alto – borghese, laica e giacobina.

L’Italia della destra e della sinistra è il luogo del cortocircuito. “Se il compagno Peppone trova in Matteo Renzi un degno erede, oltretutto nutrito da un ventennio berlusconiano [determinante e decisivo]. Don Camillo, pur forgiato nella vena viva dell’identità della Bassa Padana, non ha mai avuto un esito di metodo e pratica di governo in conseguenza di un equivoco e di ben radicate truffe ideologiche”, destinate – aggiunge il modesto commentatore – purtroppo, come sembra, a continuare, vecchie e consunte, senza mutamenti e senza evoluzioni significative.

 

 

 

 

 

PIETRANGELO BUTTAFUOCO – CARMELO ABBATE, Armatevi e morite. Perché la difesa fai da te è un inganno [e non è di destra]

Sperling & Kupfer, 2017, pp. 181. €17,00.