In un mondo globalizzato ed omogeneizzato gli spaghetti continuano a conservare un valore identitario. Nel bene e nel male. Simbolo di qualità gastronomica e perfino di coesione nazionale da una parte, dall’altra la pastasciutta viene a volte  abbinata all’idea di un’Italia malavitosa. Qualcuno ci posò sopra una pistola, facendone la copertina, di pessimo gusto, di un periodico tedesco. Marinetti, il padre del futurismo, voleva abolirla, considerandola una vivanda pesante,  adatta a rendere scettici, lenti e passatisti gli italiani. Ma non riuscì nell’impresa, tanto gli spaghetti erano e sono tuttora il segno di una quotidianità condivisa, senza distinzioni sociali ed appartenenze territoriali, da Nord a Sud, al di là degli anni e dei modelli di vita. Al punto da diventare la classica punta d’iceberg  di un’idea mediterranea ed italianissima di buon vivere, che, negli ultimi anni, ha fatto proseliti e creato fortune.

Sulle identità gastronomiche del territorio c’è chi ha costruito una “filosofia (slow)  di vita” (Carlo Pedrini) incentrata sul “valore del cibo” e chi un business commerciale (Oscar Farinetti). In fondo non ci dispiace. Con un dubbio di fondo però ? Può una pastasciutta (ed in senso più esteso un’idea un po’ esasperata del cibo) esaurire il senso di un’appartenenza ?

Per chi abbia un’idea organica dell’identità, la risposta non può che essere negativa. Non solo perché non è vero  che “l’uomo è ciò che mangia” – come scriveva un materialistica storico, Ludwing Feuerbach. Il paradosso è che, mentre oggi in  molti, sui mass media,  celebrano la cultura della pancia (in una sorta di parossistica celebrazione del cibo) gli stessi negano la complessità di un’appartenenza dai tratti ben più profondi e complessi. Fissano il piatto piuttosto che la Luna – tanto per citare uno slogan d’annata – laddove la Luna è quella tensione all’infinito, al Sacro, allo spirituale che si incarna, nel nostro Occidente, in segni, simboli e principi di valore universale come la Croce, i campanili, i luoghi della Fede, i ritmi antichi e permanenti di una religiosità che ha segnato ed in parte ancora segna le nostre comunità.

Chi si fa paladino delle tipicità alimentari (e si scandalizza perché qualche caciotta rischia … l’estinzione) spesso non si rende conto che ben altre sono le “tipicità” che rischiano di scomparire (pensiamo alle recenti polemiche sul crocifisso nelle scuole) e con esse i segni autentici e profondi di una Storia sedimentata e di una visione della Fede che si è fatta vita vissuta, modi d’essere e leggi che appartengono naturalmente alla nostra identità.

Giovanni Papini e Domenico Giuliotti, strapaesani visionari di un’identità incorrotta, scrivevano alla voce “Assoluto” del  “Dizionario dell’Omo Salvatico”: “Prima e dopo Einstein si sapeva e si sa che tutto è relativo e dunque ch’è vana cosa parlar d’Assoluto. Assoluto vuol dire, secondo etimologia, sciolto da ogni vincolo, liberato, ed è giusto che non voglian saperne quelli che rifiutano la Liberazione, detta anche Redenzione, offerta dal Figliolo d’Iddio mentre era legato sopra una croce tutt’altro che relativa”.

In un mondo liquido e “relativo”, che cerca sé stesso, su questi crinali vanno individuati i “segni” di   una realtà non alienata, che vada ben al di là di un piatto di pasta o di qualche generico richiamo ad una tipicità “slow”. Con buona pace dei cultori dell’identità gastronomica dell’Italia.