Alcuni giorni or sono un mio amico, docente universitario fino al 2015, ha ricevuto la terza rata del TFS, calcolato per un periodo di 45 anni e 9 mesi, ossia 46 anni. La somma attribuita è stata colpita con una aliquota del 28,36%. Recatosi presso l’istituto di credito di fiducia, si è sentito prospettare dall’ottima funzionaria una forma di investimento, detta PIR, prevista dalla Legge finanziaria, a favore delle piccole e medie industrie con le eventuali rendite esenti da tassazioni.

Il mio amico, tenute presenti le mille agevolazioni ottenute dagli imprenditori con il governo di “sinistra” attraverso i posti di lavoro acquistati dallo Stato con lo “Jobs Act”, i favori della nuova forma di investimento e gli innumerevoli impegni promessi da Berlusconi, dalle candidature alle norme favorevoli in cantiere, ha seccamente e decisamente respinto la proposta.

Intanto segno di un favore ineliminabile, il mio amico e tutti noi abbiamo appreso che sono “al via le lauree professionalizzate”, recte “super periti più vicini alle imprese”. “Potenzialmente – è stato spiegato da una fonte favorevole – il bacino degli studenti è molto ampio: tutti coloro che decidono di non proseguire gli studi, e sono la metà dei diplomati soprattutto negli istituti tecnici, tutti coloro che vogliono iscriversi ad un albo – per i periti industriali dal 2021 la laurea sarà obbligatoria – e infine quanti cercano un percorso più “pratico” rispetto alla laurea tradizionale”.

A leggere le indicazioni su questa “innovazione”, naturalmente frutto di una imitazione, diversi sono gli interrogativi, primo ovviamente quello dei fondi, la situazione politica, il rapporto con gli ordini e, taciuto ma condizionante ed addirittura vincolante, la sorte degli studenti impegnati attualmente nelle università e dei tanti laureati presenti nel mercato del lavoro.

Ma al di là dei sogni e dei propositi velleitari e faziosi, la realtà ci reca quotidianamente dati ed indicazioni sulla caduta dell’ istruzione, in una parola sull’imbarbarimento della cultura.

Secondo l’Istat, che speriamo in questo caso pubblichi dati veritieri, oggi, rispetto al 2010, si contano 4 milioni e 300 mila lettori in meno. Questa ecatombe è affiancata anche da un altro dato agghiacciante: il 57,6% della popolazione con oltre 6 anni di età nel 2016 non ha letto nemmeno un libro di carta.

In questo ovvio restringimento dei titoli pubblicati, i classici non vengono più letti. E’ stato notato poi che la mancanza di cultura provoca “un progressivo declino della conoscenza della lingua italiana, a tutto svantaggio del nostro sterminato vocabolario, che i più giovani snobbano, accontentandosi di padroneggiare, si fa per dire, appena duecento parole”. E mentre si costruiscono autentici “castelli in aria” non ci si accorge e quindi non ci si preoccupa della pratica eliminazione del congiuntivo, “trascurato e ora deturpato da improvvisate storpiature”.

In Italia “abbiamo giovani laureati così creativi che, nei loro scritti, senza saperlo, coniano nuovi vocaboli come “ogniuno”, “comuncue” e “risquotere”.

Basta assistere ad alcune trasmissioni televisive per provare l’abbinamento sempre più forte tra 2 ignoranze, quella dell’italiano e quella della geografia. Questa materia è stata trasformata ed espropriata fino a diventare con le misure di razionalizzazione previste dalla legge Tremonti – Gelmini “la cenerentola della scuola italiana”.

I docenti presso le università sono circa 350 tra ordinari, associati e ricercatori ed i più bravi tra i laureati sono contesi addirittura tra le accademie cinesi ed i campus anglosassoni. Con la mortificazione della geografia – osserva una tra le più qualificate studiose della materia – “viene a mancare una cornice culturale entro cui fondare i nostri giudizi”, giudizi che i sistemi scolastici, sostenuti negli ultimi decenni, hanno provveduto ad indirizzare su strade miranti solo alla irrisione del passato.