Pudicamente, o meglio ancora acriticamente, il collega Angelo Panebianco, in apertura dell’editoriale, politologico e assai poco storico, “Il rigore che manca. Distrazioni colpevoli sulla scuola”, osserva che “c’è una specie di blocco cognitivo che impedisce a molti di coloro che lamentano la cattiva qualità dei nostri dibattiti pubblici di risalire alla causa principale: lo stato del sistema educativo”.
Il nodo cruciale non si è manifesta solo nei “dibattiti pubblici”, dei quali moltissimi, tra cui il sottoscritto, non si sono curati e non si curano affatto né l’altro ieri, né ieri e tanto meno oggi. Esso è invece ben più remoto e sostanziale: nasce dal sistema educativo, minato e corroso dalle riforme scolastiche, avviate nel dopoguerra, dalla caparbia, concorde intenzione della DC e del PCI di sovvertire metodi, mentalità e misure del periodo gentiliano prebellico. Si è arrivati da ultimo, non avendo più nulla da distruggere, alla ridicola eliminazione dei ginnasi e alla etichettatura, dal I al V liceo classico.


Da un canto ha provveduto lo Scudo crociato, erede, peraltro degenere, del popolarismo sturziano e del legittimismo pontificio, attento e preoccupato solo della cura e della salvaguardia degli istituti scolastici, guidati da religiosi e religiose. Lo smantellamento più serio e più capillare, dall’altro canto, è stato sviluppato dal PCI, che nelle scuole medie superiori aveva sistemato gli elementi più capaci, da premiare poi con le cattedre universitarie (personalmente ho avuto, all’inizio degli anni Sessanta, come docente nel Classico della mia Tivoli un certo Alberto Asor Rosa).
Tutta la normativa, sbocciata successivamente, ha risentito dell’impronta marxista – radicale – illuminista fino all’epilogo saliente e sconvolgente del ’68, rimpianto a calde lacrime, in occasione del cinquantesimo, dai cattocomunisti dell’Università di padre Agostino Gemelli. La sinistra con Luigi Berlinguer ha provveduto a ridicolizzare e immiserire gli atenei con l’introduzione delle lauree “brevi” e “specialistiche”, mere specificità settoriali e di frequente solo monocordi.


E’ inutile cercare di ricordare le misure assunte dagli esecutivi di Berlusconi, per loro natura tutt’altro che sensibili al campo educativo – culturale, ove si eccettui la esperienza di Fisichella nell’ambito, però, dei beni culturali. Il solito, stantio ritornello dello scarso numero di laureati non è altro che un tributo demagogico all’enfasi radicale del progresso, coltivato con programmi scolastici desertificanti (la riduzione delle aree storiche da affrontare, l’eliminazione della geografia) o con ripristini strumentali (quello dell’educazione civica). Senza andare molto lontano, basta aver seguito la trasmissione, curata da Fabrizio Frizzi ed ora da Flavio Insinna, per uscire sconvolti dalla marchiana, incredibile ignoranza, palesata da concorrenti “laureati”, altezzosi e supponenti, provenienti – è bene puntualizzarlo – “dalle Alpi al Lilibeo”.


Panebianco conclude che “a motivo dei tristi spettacoli a cui quotidianamente assistiamo è ora di moda prendersela con la democrazia. Ma la democrazia, se intesa come metodo di governo, non c’entra”. Sarebbe il caso però intendersi sul senso della parola “democrazia”, inflazionata e, in parecchi passaggi odierni, distorta e travisata.
Ad esempio il collega Panebianco, quale giudizio esprime sulla prospettata riforma dei referendum, privi di “quorum” ? Avremmo così ripetuto lo sproposito della consultazione consultiva lombarda del 22 ottobre 2017, cui ha partecipato un numero di elettori più che meschino (il 38, 21%), stucchevolmente sbandierata come prova indiscutibile di volontà democratica vincolante.