Parigi brucia ma i giornaloni nostrani non se ne accorgono. “Paris was burning. France was in revolt” scrive da Parigi David A. Andelman, docente del think tank indipendente Center on National Security della Fordham Law School di New York ed opinionista della CNN che piazza il suo reportage sulle proteste dei Gilets Jaunes tra le Top Stories.

Andelman spiega chiaramente che gli avvenimenti di questi giorni sono l’inevitabile conseguenza del fallimento della velleitaria strategia economica ultraliberista di Macron che dopo avere perso contatto con la realtà sociale del paese potrebbe avere messo a rischio il suo futuro politico.

Non molto diversi né la rilevanza, in prima pagina, né il commento del Financial Times, secondo il quale il presidente francese avrebbe favorito le elite finanziarie ignorando la vita della gente comune che dal momento della sua elezione di 18 mesi fa avrebbe subito un continuo e decisivo impoverimento

Da qui l’origine delle proteste che per una volta accomunano la ricca capitale e la grande provincia francese, la borghesia urbana, i dipartimenti rurali e il solitamente placido Midi.

La rassegna potrebbe continuare, dal Wall Street Journal alla ABC e alla CBS passando per molti altri organi della stampa internazionale che si sono occupati (e preoccupati) di quello che sta succedendo in Francia.

Per i principali giornali italiani, però, in Francia non è successo niente.

Domenica 25 novembre, il giorno dopo la rivolta anti Macron, né Repubblica né il Corriere della Sera hanno dedicato una riga in prima pagina agli avvenimenti d’oltralpe e non va meglio nelle edizioni on line.

Repubblica si è occupata come sempre di alimentare il terrore economico evocando lo spread a 400 ed invocando la resa senza condizioni a Moscovici (per qualcuno l’8 settembre non finisce mai), dedicando poi ampio spazio alle inutili opinioni di Maurizio Martina, alle polpette dell’IKEA e, ovviamente, al consueto sermone di Eugenio Scalfari.

Stessa musica sul Corrierone, che ha infarcito la prima pagina di notizie variegate tra le quali spicca una grottesca intervista al greco Tsipras il quale, adeguatamente imboccato da un intervistatore compiacente sempre in prima fila nel coprire di insinuazioni e illazioni governo e maggioranza, ci esorta a “cedere subito, poi sarà peggio” utilizzando il tipico linguaggio di chi è sottomesso ad un potere mafioso.

Le stesse parole che nella piana di Gioia Tauro o a Corleone un commerciante che paga il pizzo userebbe con un collega indeciso sul pagamento (inutile ricordare che il paragone Italia-Grecia, così come quello con Argentina o Venezuela sempre evocate da certi giullari europeisti non ha nessun senso).

Per trovare una traccia degli avvenimenti di Parigi bisogna arrivare a pagina 12, ma solo per scoprire che i manifestanti fortunatamente sono in calo rispetto alla precedente manifestazione e che si tratta tutto sommato di teppisti che saccheggiano i negozi di lusso. Più o meno la versione ufficiale di Macron, sempre più immedesimato nella parte di Maria Antonietta.

Non è un caso che in Italia i giornali di servizio e l’informazione asservita in genere cerchino di nascondere o minimizzare gli avvenimenti francesi.

Hanno almeno due buone ragioni per farlo. Innanzitutto l’elezione del replicante Macron era stata salutata come una svolta decisiva per l’Europa liberista ed elitaria assediata dai barbari populisti e sovranisti.

Ci avrebbe pensato il nuovo eroe tecnocratico a rimettere a posto e difendere gli equilibri europei.

Una posizione che accomuna, non a caso, sia le oligarchie finanziarie e tecnocratiche nostrane, che non vedono l’ora di farsi governare dalla trojka o da Bruxelles considerati molto più salutari per i loro interessi, sia la sinistra in disfacimento, sempre alla ricerca di modelli stranieri a buon mercato ai quali ispirarsi e che già si vedeva saldamente agganciata al carro del nuovo presunto vincitore.

Il diavolo, però, fa le pentole ma non i coperchi: la creatura del laboratorio eurocratico non si è rivelata all’altezza del compito; la somma di due inadeguatezze, quella della persona e quella della sua politica, hanno prodotto delusione, malcontento, problemi sociali, rabbia e l’inevitabile rivolta popolare. Una realtà che in un paese come l’Italia, che sta cercando (purtroppo in modo spesso inadeguato e dilettantesco) di recuperare per quanto possibile la propria sovranità, non si può raccontare.

Ma c’è un’altra ragione ancora più rilevante per nascondere sotto il tappeto le vicende d’oltralpe.

Mentre il sistema mediatico e le elite intellettuali (o pseudo tali) sono impegnate a dipingere l’Italia come un paese allo sbando con l’economia sull’orlo della bancarotta, che molti si augurano, considerandolo il modo più efficace per correggere i risultati sgraditi delle elezioni politiche, non sarebbe né utile né opportuno scoprire che in realtà il vero problema dell’Europa sta al di là delle Alpi e che i rigorosissimi burocrati europei in realtà si comportano come il vecchio Giolitti: con i nemici le leggi le applicano, con gli amici le interpretano.

Il debito pubblico francese, oramai vicino al 100% del PIL, da anni cresce più velocemente di quello italiano, spinto da una spesa pubblica fuori controllo che vale il 56,2 del PIL (49,6 in Italia, 44,3 in Germania).

La Francia negli ultimi 10 anni non ha mai rispettato il limite del 3% di deficit ma nessuno a Bruxelles ha mai fatto una piega. E parliamo del limite stabilito dai trattati, non di quelli arbitrari imposti dalla Commissione all’Italia grazie anche alla sudditanza di certi governi.

Non è ovviamente un caso se mentre un maldestro e spaesato Renzi faceva il diavolo a quattro per mandare un persona inutile come la Mogherini su una poltrona inutile come quella della politica estera europea, i Francesi piazzavano il loro ex ministro delle finanze Moscovici, corresponsabile dei loro conti disastrati, su quella ben più determinante di commissario europeo per gli affari economici e monetari.

La Francia non ha mai avuto un avanzo primario, cioè un bilancio dello stato in attivo al netto degli interessi, a differenza dell’Italia (che è in avanzo primario dagli anni ’90) e lo stesso vale per il saldo delle partite correnti, cioè la bilancia commerciale con l’estero, attivo per l’Italia (quasi 60 miliardi nel 2017) e passivo da sempre per la Francia (quasi 20 miliardi nel 2017). Non va meglio il debito privato di famiglie ed aziende, che è il più alto d’Europa, pari al 234% del PIL ed in crescita (173% in Italia, 148% in Germania).

Con un quadro macroeconomico del genere sarà ben difficile che Macron possa realizzare l’ambizioso programma economico che ha promesso ai Francesi e alla UE: riduzione di 5 punti di debito rispetto al Pil e di 3 punti di spesa pubblica (oltre a 1 punto di contributi sociali) entro il 2022, ultimo anno della sua presidenza, accoppiato ad un taglio delle tasse alle famiglie per 6 miliardi di euro e ad una riduzione fiscale contributiva a favore delle aziende per 18 miliardi di euro. Un libro dei sogni secondo molti, da Le Monde al prestigioso Observatoire Français des Conjounctures Èconomiques, fondato da Raymond Barre, fino a Le Canard Enchaîné, il famoso giornale satirico.

A differenza di quelle dell’Italia, però, le cifre e le previsioni confezionate in Francia non hanno mai scandalizzato nessuno e non hanno mai provocato prese di posizioni violente come quelle che abbiamo visto in queste settimane contro di noi. Il ruolo (già ipotizzato da Walther Funk nel 1942 per la Francia collaborazionista) di damigella prediletta della Germania e indispensabile stampella per garantire l’ordine politico-economico in Europa ha fino ad ora messo la Francia al riparo dai problemi che sono stati scaricati sull’Italia, da sempre incapace di ritagliarsi un ruolo adeguato in Europa.

I nodi, però, inevitabilmente vengono al pettine.

Nessuno ha mai imposto ai Francesi la macelleria sociale di una legge Fornero o si è mai sognato di imporre trovate come il Jobs Act renziano, ma per mettere seriamente in ordine i conti sarà inevitabile, prima o poi, mettere le mani nel sistema fiscale (che sta per introdurre la ritenuta alla fonte) e nella spesa pubblica più alta d’Europa che, pur con la spesa sociale più alta d’Europa, il 24,6% del Pil contro il 21,5% dell’Italia e il 19,2% della media UE, genera però un livello altissimo di inégalités economiche, come ha dimostrato pochi mesi fa un apposito studio dell’economista francese Thomas Piketty, secondo il quale, dati alla mano, ci sarebbero più inégalités in Francia che negli Stati Uniti.

E’ questo lo scenario poco rassicurante che sta alle spalle delle rivolte di questi giorni, che altro non sono che l’emergere della ras-le-bol, l’esasperazione del ceto medio che ben difficilmente accetterà di sacrificarsi ancora per la gloria di Macron e la pacchia delle oligarchie che lo hanno creato.