La Storia è stramba. Curiosa. Imprevedibile. Sino a 30 anni fa abbiamo odiato e temuto l’Armata rossa. L’Urss. L’Europa era divisa in due e comunismo reale era una minaccia insopportabile che ci fece accettare, come male minore, gli americani. Ma l’esercito sovietico era potente e minaccioso (e sopportammo così qualche idiota che divenne più yankee degli yankees..). Poi l’intero sistema — un impero che si estendeva da Berlino sino al Pacifico — implose. Un fallimento epocale e una liberazione. La fine di un incubo.
Negli anni, attraverso passaggi perigliosi e complessi, la Russia eterna si è ritrovata e rafforzata, riprendendo lentamente la sua missione imperiale. Charles de Gaulle lo aveva capito e previsto già negli anni Sessanta.
Oggi, piaccia o meno ai russofobi d’ogni tinta, la Mosca di Vladimir Putin è in prima linea contro la minaccia fondamentalista sunnita (una strana compagine, pagata e armata dai sauditi e qatarioti con l’assenso dei liberals americani…).
Oggi, piaccia o meno agli “occidentalisti” e ai “buonisti”, sono i soldati del Cremlino — assieme ai siriani d’ogni fede, ai curdi e agli sciiti) a combattere (e morire) contro le milizie del califfo nero.
Un dato di fatto. Piaccia o meno. Ecco perchè vogliamo ricordare con il l’inno nazionale (cantato da loro) i 64 membri del coro dell’Armata e gli altri passeggeri del Tu 154 diretti in Siria e precipitati nelle acque del Mar Nero. Molto, molto probabilmente — Mosca è prudente, ma il dato sembra confermato dalle agenzie internazionali — vittime di un attentato islamista. Onore a loro.