Sono trascorse più di ventiquattr’ore dalla fiammata polemica che ha visto Giorgia Meloni bocciare la proposta dei Salviniani di candidare alla presidenza della Regione Sicilia Pietrangelo Buttafuoco. “Non se ne parla nemmeno, si è convertito all’Islam” – aveva tranciato subito l’ipotesi la leader di Fratelli d’Italia. “Argomentazioni politicamente pezzenti” – era stata la risposta del giornalista e scrittore da sempre collocato a destra e colpito da “fuoco amico”.

Riusciamo a parlare con Buttafuoco al cellulare appena rientrato da un viaggio in Russia. E il tenore delle argomentazioni, tra il dotto e il goliardico, stempera la polemica con la brillante fantasia che è propria al personaggio e all’intellettuale che ha ribattezzato se stesso Giafar al-Siquilli.

Allora Pietrangelo, non sarai ancora arrabbiato per la polemica di due giorni fa?

“Ma figurati, sono tranquillo, anzi, voglio recuperare Giorgia Meloni alla dimensione della politica. No, non è una provocazione o un attacco personale. Ma per capire di politica e di Sicilia bisogna averla visitata e compresa fino in fondo”.

Cosa è, un invito a trascorrere una vacanza a Palermo? (E qui parte un monologo degno dei migliori corsivi di Dragonera o Giafar al-Siquilli, che mette a dura prova la nostra capacità di seguirlo passo dopo passo).

“Per essere recuperata alla dimensione politica Giorgia deve prima venire a Palermo e visitare la Cattedrale. L’architettura, le iscrizioni e l’atmosfera spiegano cosa sia stato l’Islam in Sicilia. Oppure provi a visitare il castello arabo della Zisa costruito da un cristianissimo re normanno o a scrutare mosaici e dipinti della Cappella Palatina. Scoprirà tra quei giaguari e quelle palme non lo spirito musulmano, ma l’essenza di quel principio universale che non fu né cristiano né islamico e che ha reso la Sicilia unica a tal punto che un imperatore tedesco come Federico II di Svevia volle farsi saraceno per poterlo interpretare e diffondere. Ma non soltanto Palermo, se Giorgia viene da queste parti, – insiste Buttafuoco- vedrà come le traslitterazioni dei toponimi di luoghi e città siano latine o arabe senza che cambi nulla. Racalmuto, Regalbuto, Caltanissetta, Calatafimi, la stessa Palermo, chiamata Balarm dagli arabi e già nota da secoli con le sue chiese e le suo oltre duecento moschee insieme”.

A questo punto, anche a causa della caldo opprimente, il ragionamento vira su argomenti più leggeri…

“Trascorrendo un po’ di tempo da noi la Meloni apprenderebbe, ad esempio, che il più siciliano dei dolci, la cassata, è arabo, cosi come la giuggiulena (dolce a base di mandorle, zucchero caramellato, scorze di arancia e sesamo, chiamato appunto giuggiulena in dialetto siciliano) oppure, se viene in estate, la freschissima granita o sorbetto (che a Roma chiamano ‘grattachecca’ ndr) è stato introdotto dagli arabi con il nome di sherbet. Un viaggio di questo tipo si che sarebbe utile per recuperare una dimensione politica. E dopo aver accompagnato Giorgia in questo tour, siccome è una gentile e delicata signora, la saluteremmo con i versi che Ibn Hamdis, poeta musulmano di Noto, dedicò alla Sicilia dopo che fu costretto all’esilio in Andalusia: E la lasciai vuote le mani, ma pieni gli occhi del ricordo di lei”.