Il rapido tour del ministro degli Esteri Luigi Di Maio in Libia – frettolosamente organizzato nel tentativo di restituire a Roma un minimo di credibilità in uno scacchiere strategico per il Paese – si è svolto come da copione: incontri e foto con i diversi protagonisti in campo, dichiarazioni alle agenzie sulla necessità di trovare una soluzione politica alla crisi libica, giunta ormai al suo ottavo anno. Nulla, dunque, in grado di mascherare – seppur alla meno peggio – la mancanza assoluta di risultati concreti.

Il dossier libico, del resto, giaceva abbandonato a se stesso sui tavoli del governo Conte 2, evidentemente più preoccupato di tenere insieme la sua litigiosa e traballante maggioranza che di seguire da vicino l’evoluzione di una vicenda che rischia di modificare, a tutto svantaggio dell’Italia, gli equilibri in Libia e, più in generale, nel Mediterraneo centro-orientale. A rendere ancora più complessa la situazione – e più difficile per in nostro Paese – il fatto che all’inerzia di Roma si è sommato un rinnovato protagonismo di Russia e Turchia, impegnate a giocare una complessa partita strategica che dalla Siria arriva fino alla Quarta Sponda ed oltre. Paesi cui se ne aggiungono altri, tutti impegnati a tutelare i propri interessi politico-economici sulla scena libica, ring dove il traballante governo di Tripoli guidato da Serraj e quello di Tobruk, con il suo uomo forte Haftar, si combattono con crescente intensità grazie al sostegno dei rispettivi sponsor internazionali.

In questo scenario l’Italia ha da tempo fatto la sua scelta di campo, sostenendo il governo di Tripoli. L’unico riconosciuto a livello internazionale. Un sostegno che, però, non si è tramuto in appoggio diretto sul campo, come – ad esempio – fatto dalla Turchia. In verità qualche misura di carattere militare è stata intrapresa – ospedale da campo a Misurata, voli di sorveglianza affidati a droni (uno perso nelle settimane scorse) -. È sul fronte politico che l’inerzia di Roma risulta pressoché totale. E questo a fronte, come detto, dell’attivismo altrui. In particolare della Turchia. In Libia, così come in Siria e più in generale nel Levante, Ankara lavora per rafforzare il suo ruolo di potenza regionale. In questa prospettiva rientra anche il memorandum d’intesa siglato lo scorso 27 novembre con il governo di Tripoli – sostenuto, a differenza di quanto fa Roma, con armi, mezzi ed asset tecnologici – destinato a definire le rispettive zone economiche esclusive. Grazie a questa intesa Ankara non solo proietta la propria zona d’influenza verso il Mediterraneo centrale, ma recide la continuità tra la zee greca e quella cipriota, ponendo una seria ipoteca sullo sfruttamento dei giacimenti sottomarini di gas e petrolio presenti nell’area.

Una partita, quest’ultima, che interessa anche l’Italia, considerato che l’Eni già estrae gas da diversi giacimenti ciprioti e, soprattutto, ha recentemente ottenuto i diritti di sfruttamento, insieme a Total, nel settore 7 della zee di Nicosia. Una “vittoria” della compagnia italiana che ha provocato l’ira – e la bellicosa reazione – di Ankara, secondo cui il settore 7 rientra nella piattaforma continentale turca, dunque nessuna azienda straniera può sfruttarlo. Una presa di posizione che Ankara è pronta a sostenere mostrando i muscoli, come già fatto, del resto, in passato, quando unità militari turche costrinsero una nave dell’Eni a lasciare il tratto di mare in cui avrebbe dovuto – debitamente autorizzata dalle autorità cipriote – effettuare ricerche. In quell’occasione (governo Gentiloni) Roma pensò bene di non inviare alcuna unità della Marina Militare a mostrar bandiera. Risultato? Eni è costretta a far marcia indietro, con i turchi che restano padroni del campo.

Un esempio, uno solo, di quel che significa la “distrazione” del governo italiano su dossier di importanza cruciale per il Paese. Ad oggi, purtroppo, nessuna inversione di rotta si intravede all’orizzonte.