Se dovessimo dar retta al confuso e un po’ ridicolo dibattito nostrano seguito alla strage di Parigi, guidato come sempre dalla retorica del momento, dai maestri del pensiero unico buonista e dalle banalità di tromboni come Gino Strada, dovremmo concludere che la pace è meglio della guerra (come dire che l’acqua e’ bagnata), che è tutta colpa dell’islamofobia, che provoca le reazioni violente di pochi fanatici, e che il vero problema sono i titoli di certi giornali, le opinioni di Oriana Fallaci e “i politicanti sciacalli (cioè di destra ndr) che speculano sulla tragedia” solo perché i fatti confermano le loro opinioni (ed evidentemente è proprio questo che dà fastidio).

Ogni tanto, però, da questa stralunata gazzarra emerge qualche utile spunto per un commento serio, come nel caso dell’intervista di Roberta Peduzzi, del Foglio, al Ministro della Difesa Roberta Pinotti.

L’insegnante genovese che il renzismo ha catapultato dalle divise degli scout (la Francia ha l’ENA, noi gli scout…a ciascuno il suo) a quelle dei generali dello Stato Maggiore, dopo le inevitabili concessioni alla retorica del momento dichiara, prima di tutto, che “la reazione deve essere durissima”, sulla scia dell’analoga affermazione del presidente francese Hollande.

Tuttavia se nel caso della Francia si tratta di un’affermazione di per se’ credibile per il peso diplomatico e militare del paese, non altrettanto può dirsi dell’Italia.

Tagliata fuori dai tavoli diplomatici che contano, assente dal teatro più importante per i suoi interessi nazionali, quello libico dove operano droni americani, truppe speciali occidentali non meglio identificate (ma di sicuro non italiane) e caccia francesi, incapace di armare i 3 o 4 cacciabombardieri Tornado presenti nel teatro Irakeno, l’Italia in realtà non appare in grado di imbastire nessuna seria reazione, men che meno “durissima”.

In realtà, più che preannunciare una seria minaccia al nemico islamista, l’affermazione della Pinotti sembra solo una banale e generica frase ad effetto dettata dalle circostanze e senza nessun effettivo riferimento a fatti concreti.

Il governo renzista, infatti, così come quelli che l’hanno preceduto, ha chiaramente dimostrato di non essere in grado di prendere alcuna decisione utile, né sul piano diplomatico né su quello militare.

Tralasciando, per carità di Patria, ogni considerazione sulla nullità della Mogherini, di cui nessuno parla nemmeno più, sappiamo bene che Renzi non è mai stato consultato (spesso nemmeno informato) circa le decisioni degli alleati riguardanti il problema siriano, mentre in Libia la Farnesina di Gentiloni si è accodata passivamente al patetico (e ora anche ridicolo) tentativo di “mediazione” dell’inviato dell’ONU Bernardino Leon il quale, mentre trattava con i due “governi” libici (in realtà due fazioni solo un po’ più potenti delle altre), si stava già accordando con il Qatar, sponsor di una di esse (quella di Tripoli), per un ben remunerato incarico professionale, azzerando la credibilità della negoziazione.

Episodio ben stigmatizzato da Paolo Mieli sul Corriere della Sera e che lascia la situazione libica al punto di partenza.

Le cose non vanno meglio nemmeno sul piano militare, essenziale per qualsiasi “reazione durissima”.

I tagli alla difesa, facili perché sono gli unici che in Italia mettono tutti d’accordo senza troppi problemi, hanno fortemente limitato la capacità operativa delle forze armate.

È in corso, ad esempio, la riduzione della flotta, che nei prossimi cinque anni perderà per obsolescenza più di un terzo delle sue unità senza che sia mai stato varato un adeguato piano di rimpiazzo, il che, in un Mediterraneo destabilizzato, non è certo rassicurante.

Se anche venisse, ipoteticamente, approvata domani mattina una legge navale come quella, ottima, voluta dai democristiani (evidentemente più previdenti di Renzi e predecessori) negli anni ’70, le prime navi sarebbero operative tra non meno di cinque/sei anni, il che significa che, in una situazione di crescente tensione e pericolo, le esigenze operative sono già ora scoperte.

Del tutto inspiegabile, poi, alla luce dell’evoluzione del quadro internazionale la decisione di Renzi di prolungare, a beneficio delle esigenze americane, la missione militare in Afghanistan.

A parte la volontà di compiacere Obama sperando di ottenere un po’ di considerazione (obiettivo, peraltro, fallito) non esiste nessuna ragione, né logica né strategica che giustifichi, in una situazione di ristrettezze economiche, lo spiegamento di rilevanti forze nazionali a migliaia di chilometri dai nostri confini, mentre a poco più 400 km dalla Sicilia c’è un pericolosissimo focolaio di guerra pronto ad incendiarsi da un momento all’altro.

D’altra parte che il governo italiano non possa andare oltre generiche dichiarazioni di principio e poco rilevanti buone intenzioni è confermato dalle parole della stessa Pinotti, la quale non è in grado di dare una risposta precisa alla domanda circa il possibile allargamento delle operazioni militari in altre zone, la Libia in primis per noi Italiani, o un’intensificarsi delle azioni militari già in essere.

“Per quanto riguarda la Libia – precisa la ministra – è necessario un sussulto da parte del popolo libico che deve trovare un governo unitario. Questa è un precondizione imprescindibile per qualsiasi revisione della strategia in Libia”.

Il che equivale a sottoporre ogni decisione di intervento ad una condizione impossibile, essendo del tutto irrealistico pensare che la frantumazione in decine di clan, tribù e fazioni (Isis incluso) tutte armate e in lotta tra loro per la supremazia possa magicamente ricomporsi solo grazie a “sussulti” di buona volontà.

Sarà interessante vedere cosa penserà di fare il governo quando (e se) il caos libico dovesse definitivamente finire fuori controllo e minacciare il nostro territorio nazionale o il nostro traffico marittimo o se i fondamentalisti dovessero impadronirsi del petrolio libico.

Anche su un eventuale e futuro impegno in Siria (mentre in Iraq ci sono già 750 uomini) le parole prevalgono sui fatti.

Secondo la Pinotti “per valutare un coinvolgimento italiano su quel fronte è necessario prima stabilire chi è il governo legittimo, qual è il nostro interlocutore in Siria ma i contorni della transizione politica non sono affatto chiari. I russi operano assieme al rais Bashar el Assad, ma gli americani no. E l’opposizione? Qual è l’opposizione di riferimento? Senza interlocutori chiari, nemmeno gli obiettivi possono esserlo […] senza un chiarimento, non si può pensare a un coinvolgimento in Siria”.

Il che equivale, come nel caso della Libia, a rinviare dine die qualsiasi decisione in merito in attesa della definizione diplomatica di questioni complicatissime, la cui soluzione richiedera’, nella migliore delle ipotesi, parecchi mesi. La Mogherini, citata dalla Pinotti (tra i pochissimi a dare ancora peso alle sue opinioni), considera “promettenti” i colloqui di Vienna che dovrebbero, per l’appunto, dare una risposta alle questioni sopra citate.

Peccato, però, che la stampa internazionale abbia definito “libro dei sogni” e “desideri da Alice nel paese delle meraviglie” la road map abbozzata nella sessione di sabato scorso.

Quindi niente Libia, niente Siria e 750 uomini e 3 aerei ancora disarmati in Irak; sarebbe tutto qui l’impegno italiano contro lo stato islamico.

Stando così le cose, e’ difficile capire quale possa essere la “reazione durissima” di cui ha parlato il ministro della difesa Pinotti (sempre che non si riferisse all’Occidente nel suo insieme, il che ci porterebbe al solito armiamoci e partite).

Non si è fatta attendere, invece, la reazione francese, questa sì durissima: a nemmeno 48 ore dalla strage di Parigi i cacciabombardieri francesi hanno sottoposto a pesanti bombardamenti Raqqa, la “capitale” del califfato integralista, facendo seguire i fatti alle parole.

Un esempio che un governo superficiale e dilettantesco, che vive di parole, battute e “narrazione” non sara’ mai capace di seguire.