Il 18 aprile 1951, nel momento più difficile della ricostruzione post bellica, per iniziativa del francese Jean Monnet del tedesco Konrad Adenauer e dell’italiano Alcide De Gasperi sei paesi europei – Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi – decidevano di mettere in comune le loro produzioni di carbone ed acciaio dando vita alla CECA, il primo nucleo della futura Unione Europea.

Sessantanove anni dopo, di fronte ad una catastrofe sanitaria che mette in pericolo la vita di migliaia di cittadini e la stabilità economica e sociale dei loro paesi, con l’Italia purtroppo sulla linea del fuoco, l’Europa di Merkel, Macron, Giuseppi e comparse assortite (il confronto con quelli citati sopra è ovviamente improponibile, il che già ci fa capire come siamo ridotti) non è capace nemmeno di condividere le mascherine sterili.

Francia e Germania appena partito il contagio hanno immediatamente bloccato tutte le esportazioni di materiale medico verso l’Italia, la dogana tedesca ha addirittura fermato alla frontiera merce già acquistata e pagata da clienti italiani e il governo tedesco preannuncia nientemeno (udite, udite!) che la nazionalizzazione delle aziende che producono le strumentazioni mediche ritenute essenziali.

L’unico aiuto concreto è arrivato dalla bieca dittatura degli untori cinesi che ha fatto arrivare subito quello che i cari “fratelli” europei ci hanno negato in pena bufera; il fatto che la merce andrà pagata non sminuisce certo, come vorrebbero certi solerti e schierati commentatori nostrani, il valore dell’atto visto che dall’Europa non sarebbe arrivato niente nemmeno pagandolo a peso d’oro.

E’ qui che è cascato l’asino europeo: messo alla prova da una gravissima emergenza mai vista prima invece di prodigarsi per il bene comune – come ci racconta da anni la vuota e melensa retorica europeista – ha fatto esattamente il contrario: ha infierito su chi è in difficoltà per fare gli interessi dei più forti, secondo la logica inevitabile della moderna e “democratica” versione del piano Funk nella quale ci troviamo intrappolati.

Il tutto con il consueto repertorio di disprezzo e pregiudizio che da sempre accompagna l’immagine del nostro paese e che, per la verità, le malefatte di Giuseppi e della sua banda di dilettanti hanno sicuramente contribuito ad alimentare come ci ha fatto capire, con la consueta spocchia francese, madame Sibeth Ndiaye, portavoce del governo del nostro grande amico europeista Macron, secondo la quale l’Italia “ha preso delle misure che non hanno permesso di arginare l’epidemia” (vedremo tra una decina di giorni gli effetti di quelle dell’illuminato governo d’oltralpe).

I cari “fratelli” europei, in realtà, si stanno comportando come il Griso con Don Rodrigo quando viene contagiato dalla peste: false parole di amicizia per tranquillizzarlo dopo essersi già messo d’accordo con i monatti per derubarlo e dividere con loro i suoi averi. Solo che quando Don Rodrigo viene portato a forza al lazzaretto anche il Griso, vittima della sua stessa avidità, si infetta facendo la stessa fine del suo padrone.

I monatti che vorrebbero sbatterci tutti al lazzaretto li conosciamo bene: Mario Monti, ad esempio, sempre pronto a proporre malefiche pozioni economiche, come se quelle che ci ha già fatto ingurgitare, un vero veleno per l’economia nazionale, non fossero abbastanza. Stavolta se ne esce con l’alternativa tra tassa patrimoniale e una specie di prestito forzoso, “irredimibile” e a tassi bassi, o addirittura senza rendimento, come strumenti per finanziare la ripresa dell’economia dopo il disastro del Coronavirus.

Il solito vecchio repertorio: ceduta con l’Euro la sovranità monetaria e dopo avere rinunciato alla politica di bilancio, sequestrata dai falchi tedeschi e dai loro vassalli, Monti si prodiga per sottometterci alle imposizioni europee (cioè ai dogmi tedeschi) abusando dell’unica leva di politica economica rimasta, quella fiscale, razziando i succulenti risparmi degli italiani.

Oppure Lorenzo Bini Smaghi il prototipo del perfetto oligarca europeista, secondo il quale “nessun altro paese europeo si sta accusando l’assenza dell’Europa nel far fronte al Coronavirus… è proprio un male italiano quello di scaricare sempre i propri problemi sull’Europa” e che non ha esitato a criticare persino il presidente Mattarella per aver finalmente osato dire qualcosa (troppo poco e troppo tardi) contro l’atteggiamento europeo nei confronti dell’Italia culminato con l’assurda esternazione di Cristine Lagarde, nuovo capo della BCE, che ha fatto schizzare di 50 punti in 10 minuti lo spread BTP/Bund e crollare del 17% in un giorno la Borsa Italiana, un pugnalata a tradimento proprio nel momento peggiore.

Per non parlare del ministro dell’economia Roberto Gualtieri che invece di protestare per l’assurdo comportamento dalla Lagarde la ringrazia untuosamente, come farebbe un bravo maggiordomo, per avere rettificato in qualche modo la maldestra esternazione con la quale in realtà ha annunciato urbi et orbi un dato certo, cioè la sua adesione alle posizioni dei falchi tedeschi della Bundesbank (altro che gaffe).

Collaborazionisti, i Quisling che l’Europa dell’egemonia franco tedesca vorrebbe imporre all’Italia per poterne saccheggiare indisturbata le risorse e trasformarla in un miserabile vassallo tenuto a bada con il ricatto (strumentale) del debito. Un gruppo di clown che avrebbe finito per dar via tutto il circo, per dirla con il Capitano Willard di Apocalypse Now.

Va detto che la gravità degli avvenimenti e l’enormità dei comportamenti degli “amici” della UE sta facendo risvegliare, incredibilmente, molti dei cervelli depositati all’ammasso della retorica europeista. A mano a mano che i pilastri di cartapesta di questa finzione saltano come birilli di fronte alla dura realtà dal baraccone degli adoratori di un’Europa immaginaria, denigratori incalliti dell’Italia e degli Italiani, fioccano dichiarazioni sgomente e sbigottimento, come capita a chi si risveglia dopo una sbornia pesante ritrovando di colpo il mondo reale.

Leggere o ascoltare la sorpresa, i dubbi e i ripensamenti di certi soggetti è un vero spasso, ammesso che in momenti come questi si possa parlare di spasso.