Può succedere che, ad un certo punto, il passato che non voleva passare si decida comunque a cominciare a farlo. Può succedere che ciò avvenga per un’infinità di motivi diversi, dal semplice distacco da un’interpretazione soverchiamente politica della storia all’esigenza di creare una cornice metapolitica a nuove esigenze della politica stessa, come quella della convergenza al centro di settori moderati della sinistra e della destra, ansioni di riprendere a fare affari (dire politica mi parrebbe eccessivo) e attenti a sbarazzarsi del peso non tanto del radicalismo di destra (assolutamente marginale) quanto da quello di un certo radicalismo di sinistra, che non ha ancora capito in che direzione soffia il vento dell’Italia di fine secondo decennio del nuovo millennio.
Detto questo, il libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri, L’Italia di Salò, 1943-1945 , è un libro assolutamente interessante, fatto bene, con forte senso della produzione storiografica e una ragguardevolissima capacità di far parlare le fonti, attingendo a numerose testimonianze d’archivio e a tantissime lettere private. Si tratta – come rivendicano esplicitamente gli Autori nell’introduzione – di una “storia dal basso” che getta molta luce su cosa fu realmente la Repubblica Sociale Italiana (RSI). Emerge infatti con forza un aspetto talvolta volutamente trascurato: quello che, insieme al “ritorno alle origini” di un regime – che, per stare al potere, si era pesantemente compromesso con le forze più negative della società italiana (la monarchia, la Chiesa, i grandi potentati finanziari e industriali) e che, nel mentre si diceva “rivoluzionario”, era diventato a volte anche grottescamente reazionario e, in quella sua trasformazione in negativo, aveva di fatto perduto ogni sua residua credibilità, finendo per diventare tutto ciò che sono sempre state le “rivoluzioni” in questo Paese: un fare in modo che “tutto paia cambiare senza che in realtà nulla cambi” – c’è pure da considerare la “rivolta ideale” di centinaia di migliaia di italiani contro una fuoriuscita dalla guerra che, nella situazione militare dell’epoca, poteva pure avere le sue ragioni, ma che venne realizzata nel modo più vergognoso possibile, gettando una macchia purtroppo indelebile (e tuttora presente) sulla nostra storia nazionale.
Con sagacia, gli Autori parlano anche di questo, delle multiformi motivazioni che condussero molti italiani ad aderire alla RSI, adesione che non sempre fu puramente ideologica, ma ebbe anche molte altre cause. Siamo dunque in presenza di una storiografia non manichea, la quale – pur con i limiti ancora presenti nella cultura della società italiana odierna – riesce comunque a mostrare “le ragioni dei vinti”, il che non equivale a condividerle, ma ad evidenziare come ce ne fossero e spesso fossero affermate e vissute in totale buona fede.
Il libro fa notare come molti italiani aderirono alla RSI per prendere le distanze da un cambiamento di campo vergognoso, per i modi con cui si realizzò, e per cercare di cancellare quella macchia storica che è l’8 settembre 1943, essendo tutti ben consapevoli che una guerra si può perdere, ma fondamentale è il modo in cui la si perde. Non a caso, nomi illustri o illustratisi nel dopoguerra aderirono a quella che in una certa misura fu “una Repubblica necessaria” e al tempo stesso rappresentò l’attestazione del consenso di massa di cui, ancora nel 1943, il fascismo era in grado di suscitare nel Paese.
Certo, in molti casi si trattò di anziani squadristi della prima ora o di giovani cresciuti esclusivamente all’interno della pedagogia di massa del fascismo, che a quanto pare, però, dovette funzionare piuttosto bene e lasciò tracce di autentica fede, vissuta con sincerità e partecipazione. Sarebbe interessante fare un paragone con quante tracce, basate sul più totale disinteresse e sulla messa in gioco di se stessi, lascerebbe la democrazia totalitaria odierna. A difesa della quale – sarei lieto di scommettere su questo punto – non alzerebbe un dito alcuno.
In definitiva, un ottimo libro, di utilissima lettura. Scritto con il massimo impegno di onestà intellettuale, e con grande attenzione proprio a far risaltare come la RSI non fu un accidente della Storia, ma il frutto di una serie di precondizioni molto chiare. Mi è piaciuto leggerlo e – dalle moltissime fonti di prima mano citate, spesso di persone molto umili e senza incarichi di rilievo – ho compreso molte cose su quel difficilissimo periodo.
Mario Avagliano e Marco Palmieri
L’Italia di Salò, 1943-1945
il Mulino, Bologna 2017, 489 pp., 28 euro