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Il prossimo 26 giugno aprirà il “nuovo” canale di Panama, una struttura colossale che permetterà l’attraversamento dell’istmo  alle cosidette navi post-panamax, i giganti del mare (oltre le 65mila tonn.)  finora esclusi per problemi di tonnellaggio. Per Panama (e gli statunitensi) l’opera è strategica, vista la prossima apertura di due nuove realtà infrastrutturali interoceaniche che entreranno in competizione con Panama. Ci riferiamo al Gran Canal del Nicaragua e al Canal Seco (una linea ferroviaria ad alta velocità che attraverserà la Colombia coast to coast), entrambe volute e  finanziate dalla Cina. Progetti ambiziosi (su cui presto ritorneremo) che rientrano nel grande piano d’espansione geoeconomica di Pechino in America Latina che tanto inquieta la Casa Bianca.

Tornando a Panama e al suo canale, ricordiamo che buona parte dell’idrovia è frutto dell’ingegno e dell’ingegneria italiana. La Salini-Impregilo è infatti impegnata al 38 per cento nel consorzio internazionale Grupo Unido por el Canal. Italiane, anzi friulane, sono poi le gigantesche paratie realizzate interamente in Friuli Venezia Giulia, negli stabilimenti pordenonesi della Cimolai, e poi trasportate al porto di San Giorgio di Nogaro e da lì a Trieste dove sono partite alla volta di Panama.

 

In tutto sono sedici le paratie che disciplineranno l’ingresso e l’uscita delle navi dal Canale; ognuna di esse misura 30 metri circa di altezza (come un’edificio di 20 piani), 60 di larghezza e 10 di spessore, per un peso di circa 4.500 tonnellate. Azionate da argani elettrici, le porte scorrevoli impiegano circa 3-4 minuti per realizzare la chiusura o apertura delle chiuse e hanno, inoltre, una struttura forata per renderle più leggere. Una curiosità: le porte sono testate per resistere oltre 100 anni e a scosse sismiche fino a una magnitudo di 7.4 gradi Richter. Non male.