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Anche il drammatico sisma di Amatrice e di Accumoli, avvertito fino a Roma, ha offerto una nuova dimostrazione dell’insufficiente tutela del territorio in un’area spopolata, arretrata nelle infrastrutture, dimenticata.

Lo sbandierato show di Ventotene con il corredo di una parata dell’apparato navale e di sicurezza con la sceneggiata della riesumazione di un “Manifesto”, superato, ammesso sia mai stato vivo e vitale, è stato sensatamente criticato dal pur ortodosso ed allineato Franco Venturini. L’editorialista del “Corriere della Sera” non ha potuto fare a meno di ricordare al “cerchio magico”, autore degli spartiti affidati a Renzi, che “è ben noto che gli assenti non tollerano l’affronto formale del “direttorio”” e che “l’Italia non è parte della necessità storica che ha portato alla nascita del legame privilegiato franco – tedesco”. Scopo ed obiettivo dell’incontro era la presentazione della richiesta di flessibilità di bilancio, implicitamente bocciata con sottigliezze dialettiche dalla Merkel, condizionata da una opinione pubblica “fortemente contraria” agli “indisciplinati del Sud” , Spagna, Portogallo ed ora Italia, poverella al loro pari, nonostante la supponenza di Renzi.

Ancora più negativa sul ”presidente del Consiglio” è l’opinione di Paolo Franchi, non priva delle espressioni laudative d’ufficio. Ad esempio non esita a deplorare la contraddittorietà dei discorsi fatti da Renzi, la sua spocchia muscolare, il suo donchisciottesco “giudizio di Dio”, la personalizzazione estrema, la drammatizzazione pericolosa. Oltre ai condizionamenti di “bandiera”, va addebitato a Franchi l’errore di assimilare il referendum a quello farsesco, confuso, con velleità dittatoriali, fatto sostenere dal toscano.

Da anni l’Italia è assoggettata ai due “compagni di merende”, gli inarrivabili “duces gloriosi”, al seguito dei quali si è posto, anche se non pochi si augurano sia una meteora, un terzo aspirante (Parisi), tanto attento agli intenti e agli obiettivi del ceto industriale quanto ignaro delle necessità e dei problemi dei semplici cittadini.

Fanno da corona, tra gli altri, ai “dioscuri”, come “milites gloriosi”, Malagò, la Giannini e la rediviva Gelmini, al solito supponente.

Il primo, uomo di regime, come tutti i suoi colleghi del dopoguerra, tanto per informare l’autore del fondamentale testo, Vincere o morire. Gli assi del calcio in camicia nera, 1926 – 1938, ha strombazzato un raccolto nelle Olimpiadi, analogo a quello del 2012, nonostante l’incremento delle discipline ammesse, le tante sgradevoli naturalizzazioni e le imprudenze commesse da Tamberi e dalla pallavolista esclusa per doping, cui sarebbe doveroso addebitare le spese di preparazione sostenute dal Coni.

La seconda, non contenta della meschina, scandalosa vicenda del “concorsone” e della dilagante abdicazione a favore della lingua inglese, insiste, imperterrita, nell’opera demolitrice della scuola, con progetti al limite del delittuoso, come la riduzione a 4 anni del corso scolastico dei licei.

La Gelmini, infine, degna “terza tra cotanto senno”, responsabile di misure dissestanti per gli atenei, reclama il rafforzamento della formazione professionale secondo le “richieste” delle imprese, secondo cliché arbitre e padrone, supporta una visione aziendalistica globale e demonizza la “neocentralizzazione delle funzioni costituzionali” nel segno di un disgregante e antistorico regionalismo didattico.