È la trappola cinese. E per evitarla gli americani sono pronti a tornare sulla luna. Quella trappola si chiama «terre rare». In verità più che di terre parliamo di metalli e ossidati. Sono in tutto 17 e hanno nomi come scandio, ittrio, lantanio, olmio che sembrano usciti dalle pagine del Signore degli Anelli.

In verità rappresentano il ponte tra la nostra epoca e quella di Guerre stellari. Non a caso pur di mettere le mani su quei preziosi, ma introvabili 17 elementi, la Nasa è disposta a finanziare un ambizioso programma per l’apertura e la gestione delle prime miniere lunari. Un programma pronto a partire già dal 2024 quando gli astronauti americani torneranno sul satellite per avviare lo sfruttamento dei suoi giacimenti. Ma già un mese fa la Casa Bianca ha distribuito agli alleati occidentali la prima bozza dei cosiddetti accordi Artemis, l’intesa, da cui sono esclusi Cina e Russia, che regolamenterà «il recupero pubblico o privato di risorse nello spazio esterno».

Per capire perché Trump abbia tanta fretta di tornare sulla Luna tagliando fuori Mosca e Pechino bisogna partire proprio dalle terre rare. Quei 17 elementi rappresentano l’arma segreta con cui Pechino può annullare la superiorità tecnologica degli arsenali americani rendendo impossibile il controllo dei missili Tomahawk, annullando l’invisibilità degli F35 o mettendo fuori servizio i sommergibili nucleari della classe Virgin.

Il perché è presto detto. Ogni F35 richiede l’utilizzo di 460 chili di terre rare. E ce ne vogliono dieci volte tanti per far funzionare un sottomarino classe Virgin. Lo stesso vale per tutti i prodotti più sofisticati dell’industria bellica statunitense dai missili Tomahawk a quelli ipersonici, dalle bombe intelligenti agli aerei invisibili. Peccato che la produzione e la lavorazione di quei 17 componenti dagli strani nomi sia per il 95% nelle mani della Cina. Quindi a Pechino basta toglierle dal mercato per paralizzare la produzione militare americana. Una mossa capace di mettere sul lastrico un’azienda come Apple, visto che anche la tecnologia degli iPhone dipende dalle terre rare.

Per capire perché le terre rare siano diventate la più potente arma strategica nelle mani di Pechino bisogna partire dal villaggio svedese di Ytterby. Lì, nel 1787, il chimico militare Carl Axel Arrhenius scopre uno sconosciuto metallo argenteo e lucente. Da quel metallo il geologo Johan Gadolin estrae, due anni dopo, l’ossido di ittriallo. Inizia così la ricerca di 17 elementi introvabili allo stato naturale, ma ottenibili con costose tecniche estrattive dalle argille lateriche o da giacimenti di minerali dai nomi altrettanto strani come bastnasite, monazite e loparite. Ma molte delle terre rare sono radioattive e questo le rende pericolose per l’uomo e per l’ambiente, moltiplicando i costi estrattivi. Queste difficoltà giocano a favore di una Cina dove le leggi sulla tutela della salute e dell’ambiente sono, fino a dieci anni fa, assolutamente sconosciute.

«Il Medio Oriente ha il petrolio, ma in Cina ci sono le terre rare», annuncia nel 1992 il leader cinese Deng Xiaoping nel corso di un intervento davanti all’ufficio politico del partito comunista. Dietro quella profezia c’è la consapevolezza di controllare il 36% dei giacimenti mondiali di terre rare e di poter offrire condizioni particolarmente vantaggiose ai propri clienti. In verità Xiaoping non scopre nulla di nuovo. Già dai primi anni ’80 l’Occidente, preoccupato per i costi sociali e ambientali legati all’estrazione di terre rare, ha chiuso scavi e miniere per appaltarne la produzione a una Cina capace di garantire costi concorrenziali. E così dal 2000 al 2009 Pechino incrementa del 77% la produzione arrivando a metterne sul mercato 129mila tonnellate mentre il resto del mondo si ferma a 3mila.

Il monopolio non si limita all’estrazione. Garantendo costi di lavorazione bassissimi, la Cina induce non solo Apple, ma anche i grandi gruppi statunitensi legati alla componentistica militare a spostare sul proprio territorio gli stabilimenti. L’ammissione della totale impotenza americana emerge da un rapporto del 2018 con cui il Pentagono accusa la Cina di aver imposto un autentico monopolio diventando il fornitore unico dei componenti chiave per la costruzione di munizioni e missili. Il rapporto, destinato alla Casa Bianca, sottolinea come la produzione di neodimo, fondamentale per la costruzione di super magneti, o di gizmo, essenziale per il controllo dei missili, siano prodotti esclusivamente in Cina e risultino ormai introvabili sul mercato statunitense.

Da quel vicolo cieco l’America è incapace di uscire. Tutte le facilitazioni fiscali e gli incentivi proposti alle aziende statunitensi per indurle a investire nuovamente nella produzione di terre rare si scontrano essenzialmente con le leggi del mercato. Le terre rare in teoria non sarebbero difficilmente reperibili. Basterebbe estrarle dai giacimenti presenti in Vietnam, Brasile, India, Australia, Canada e Groenlandia, processarle e trasformarle in semi componenti. Ma riavviare da zero quella macchina produttiva ha, avverte il Pentagono, un costo «proibitivo» che nessun sussidio o facilitazione fiscale può rendere sopportabile. Dunque l’unica via d’uscita per l’Amministrazione Trump è quella di puntare alle miniere lunari aprendo le porte a un futuro che garantirà non solo le forniture di terre rare, ma anche il monopolio di tutte le risorse provenienti dalla Luna, e dalle altre frontiere dell’esplorazione extra terrestre. Marte e asteroidi compresi.