Si fa un gran parlare, a ragion veduta, delle “sardine”: il movimento, creato e manovrato da un’agenzia di comunicazione che risponde a Romano Prodi, ha cominciato a scendere in piazza a Bologna per manifestare contrarietà alla campagna elettorale leghista delle regionali, e ha continuato a farlo per intimidire gli schieramenti sovranisti.

Il movimento è curioso: per la manifesta insincerità (la “spontaneità” del movimento è una bugia evidentissima, così come la negazione che esso risponda al Partito Democratico), per le contraddizioni palesi (la pretesa d’essere contrari alle derive d’odio dell’attuale politica italiana cozza con affermazioni raccapriccianti come “non vi neghiamo il diritto di esprimervi, ma quello di essere ascoltati”), per la stupidità del programma: la sua vacuità (nessuna attenzione ai problemi reali del Paese, dall’ILVA al MES) e la sua assurdità di fondo (perché mobilitarsi contro l’opposizione? dov’erano lorsignori quando il partito e gli esponenti che tanto odiano erano al governo?); per la riverenza degli aderenti a un leader peggio che impresentabile.

Se ne parla tanto perché sono, nella loro negatività totale, interessanti: ma lo sono non tanto come gruppo telecomandato (di quelli è piena la storia moderna e contemporanea: dalle teorie di Giordano Bruno sul controllo magico delle masse alle scemenze di Sigmund Freud, dalle generalizzazioni di George L. Mosse alle osservazioni, più acute e letali, di Marshall McLuhan). Lo sono soprattutto in quanto espressione di una parte consistente, forse addirittura maggioritaria, della contemporaneità occidentale: il “pensiero unico”.

Si sono attribuiti vari termini alle accezioni e applicazioni del libero pensiero: ad esempio, “radical chic” proviene dal giornalismo di vaglia, lo inventò Tom Wolfe per deridere la congerie di rivoluzionari da salotto ospiti del direttore d’orchestra Leonard Bernstein; ma è ormai abusato, con l’utilizzo quotidiano che ne fanno i sovranisti più faciloni per indicare nemici più o meno immaginari; ed è comunque poco applicabile – come dimostra un suo sinonimo, “gauche caviar”, sono piuttosto pochi i “radical chic”: quelli che se lo possono permettere, i “comunisti col Rolex” protagonisti delle banalità di J-Ax e Fedez, la sinistra che va a Capalbio in barca a vela.

Un termine più ampio, consono e per questo meno utilizzato, è “globalista”: sotto l’ombrello del globalismo ricadono infatti le cosiddette sinistre occidentali, quelle che dopo il Muro di Berlino e dopo il Duemila si sono quasi completamente trasformate, abbandonando le questioni di “classe” e il mondo operaio,  trovando più conveniente schierarsi col liberalismo e addirittura col liberismo.

Se “radical chic” può appunto essere propriamente applicato solo alla sinistra più ricca e snob, e le “sardine” sono uno (forse il peggiore, il più stupido) fra tanti movimenti, “globalista” è tutta la sinistra mondiale – per quanto snaturata sia: da Justin Trudeau a Hillary Clinton (che di sinistra non è), da Bernie Sanders (che di sinistra si finge) a Sadiq Khan, dal traditore Tsipras ai dilettanti di Podemos. Nulla a che fare col socialismo; e non per nulla la sinistra autentica è spesso in polemica con i leader, più o meno astuti, di questi movimenti e con i loro seguaci, raramente acuti.

Com’è possibile che i movimenti di sinistra in auge siano tali pur avendo abbandonato le istanze di sinistra più serie? Come si è passati, per restare in Italia, dal centrosinistra di Fanfani a pantomime costernanti come Liberi e Uguali? Proprio come fanno gli specialisti in comunicazione di IRE con le “sardine”: gettando in pasto a loro delle sciocchezze, e gettando loro in pasto a delle sciocchezze.

Resta evidente la contraddizione: come asservire la sinistra a politiche borghesi? Creando una nuova borghesia e ingozzandola di battaglie politiche assurde, e perciò innocue per il sistema. Plasmando insomma la “white left”.

I “white leftist” sono tantissimi, sparsi per il mondo occidentale, e sono tutti uguali: negli USA sono allarmati per la deriva fascista che vedono arrivare con Trump, in Italia la individuano in Salvini, nel resto dell’UE temono sia portata dai partiti sovranisti. Fra un allarme per “onde nere” (sempre evocate e mai pervenute) e l’altro, sfilano ai gay pride, plaudono alle ondate migratorie (che invece arrivano eccome) e deliberatamente ne ignorano le conseguenze disastrose, pretendono la legalizzazione della droga, abortiscono a cuor leggero e agevolano altre pratiche di svalutazione della vita umana (dalle politiche eugenetiche con cui si prevengono le nascite di disabili all’eutanasia per i pensionati, dall’ipersessualizzazione anaffettiva al ricorso sempre più facile ad antidolorifici e psicofarmaci); e soprattutto comprano, comprano, comprano. La “white left” abbocca a ogni esca lanciata da quel capitalismo che la sinistra per decenni avrebbe avversato: il suo conformismo passa anche l’adesione pedissequa a ogni moda, ogni marchio, ogni spettacolo, ogni evento.

I motivi per trovare simpatica la Cina odierna non sono moltissimi, ma ai figli del Fiume Giallo e della Via della Seta va riconosciuto che sanno fare ciò in cui si cimentano. Sono estremamente, spietatamente pragmatici. Anche loro hanno sacrificato il socialismo al desiderio di ricchezza, ma a differenza dei “white leftist” non hanno simpatia per i venditori di fumo.

È così che il termine col quale si manifesta antipatia agli adepti della nuova sinistra occidentale è cinese: “baizuo”, traduzione letterale di “white left”.

Difficilmente tra i cinesi si possono trovare simpatizzanti d’un movimento globale che ignora deliberatamente questioni legate a lavoro, economia, socialità e non offre attenzioni che a mondo LGBT e flussi migratori.

Quando Alessandro Sallusti ha chiesto a Mattia Santori quale fosse il parere suo e del movimento riguardo ILVA e MES, il costernante leader delle sardine rispondeva “non ci riguarda”. Atteggiamento e risposta da “baizuo”: ciarlare di politica senza saperci né capirci nulla, ammantarsi di grandi capacità di comunicazione a fronte d’un linguaggio miserello, totale distacco dalla realtà delle cose.

Un grande dimenticato della Destra italiana, Marzio Tremaglia, scriveva che nulla è più intollerante e totalitario del liberalismo. I “baizuo”, nella loro accezione ittica o in qualsiasi altra loro epifania (movimenti LGBQT+, Black Lives Matter, Antifa su entrambe le sponde dell’Atlantico, femministe alla “Me Too”, studenti Erasmus e altri europeisti), confermano quel che il compianto fautore delle politiche culturali più serie mai viste in Lombardia sosteneva già negli anni ’80 e ’90.

Si frequenti una qualsiasi facoltà di scienze umanistiche, lì i “baizuo” pullulano. Non leggono nulla al di fuori di quanto prescritto dal corso di studi (e spesso molto meno di quanto ivi richiesto), ma tacciano di ignoranza chiunque dichiari un parere opposto al loro. Non hanno nessuna esperienza dei problemi del mondo reale, ma pretendono che le generazioni precedenti alla loro (persino gli ultimi vecchietti che hanno fatto in tempo a vedere la guerra) ne sappiano meno di loro. Deprecano la Brexit, perché votata da dei contadini ignoranti e incompetenti, ma il solo motivo che sanno dare quando si chiede loro perché la si sarebbe dovuta evitare è che così Londra non è più nel progetto Erasmus. Inveiscono contro gli americani che hanno votato Trump, perché sarebbe un “guerrafondaio”, e gli avrebbero preferito la Clinton, che assieme a Obama ha bombardato mezza Africa e tutto il Medio Oriente. Detestano Putin perché sarebbe fascista, e alla domanda di cosa lo rende tale, rispondono che odia i gay. Invocano l’apertura delle frontiere ai migranti, e fanno spallucce quando il paese che accoglie questi comincia a subirne i danni.

Le orribili, volgari, violente femen? Eroine. La vendetta collettiva e spesso ingiusta del movimento Me Too? Ci voleva. Il mondiale di calcio femminile è stato imbarazzante, in particolare la nazionale italiana ha sfoggiato una serie terrificante di tiri mosci, corsette lente, passaggi sghembi? Che nessuno si azzardi a dirlo, o passa per misogino; così le calciatrici, pur scarse, sono campionesse, e l’allenatrice, che non sa schierare la difesa, pontifica sulla Serie A ogni domenica. Il “baizuo” però blatera di meritocrazia e “fake news”, mentre dà retta a Saviano che ciarla di criminalità organizzata. Si dice ecologista, ma si infastidisce per le ZTL che gli impediscono di circolare nei centro città in automobile. Dileggia la religione come “oppio dei popoli”, ma si fa drogare, prescrivere farmaci nocivi, rincretinire dalle teorie gender, despiritualizzare, abbindolare e trasformare in consumatore. Parla di “anticonformismo”, e si mette la divisa del momento: barbette hipster, sciarpette, capelli viola; ragazzi con braccia rachitiche, ragazze con pance debordanti in nome dell’orgoglio “body positive” (per il “baizuo” l’obeso non mette la sua salute a rischio, ma si libera dalla schiavitù dell’esteriorità). Ripete (per convincersene) che è “open-minded”, per poi ripetere gli stessi slogan degli altri, le stesse opinioni di cui è stato convinto, individuare gli stessi nemici, odiare in coro con gli altri “social justice warrior” (i sedicenti giustizieri che, armati di social network, difendono le minoranze dalle angherie dell’uomo bianco).

Rifiutano la storia, perché non ne sanno nulla. Rifiutano di saperne qualcosa. Quindi aborriscono radici, confini, tradizioni, identità. Gli è stato detto che non devono saperne nulla, e loro hanno obbedito: così sono più facili da controllare. Sono gli sradicati, gli imbelli, i vuoti. Quelli per i quali Europa è sinonimo soltanto di Erasmus, null’altro: niente da custodire, da difendere.

Chiamiamoli “sardine”, “radical chic”, “buonisti”… oppure “baizuo”. In Cina li hanno mandati a remengo prima che attecchissero; qui dobbiamo sperare che non sia tardi. Comunque è necessario affrettarsi, e offrire opposizioni a questo totalitarismo morbido ma comunque pernicioso, alternative al pensiero unico.