La colonna di automezzi dell’esercito: un funerale di Stato senza Stato, senza preti e parenti ( tenuti all’ oscuro del macabro  trasferimento),  senza bandiere,  nemmeno quella italiana. Una funerale anonimo, celebrato in gran segreto, come se in quelle casse di legno fossero state riposte delle salme di cui non si doveva conoscere identità e provenienza, né le cause della loro morte. Immagini raggelanti, incomprensibili per quelle poche persone che, svegliate al rumore dei motori,  si sono affacciate alle finestre e hanno assistito al passaggio della  carovana di morte. Emblematico il titolo dell’ articolo che una delle più brillanti penne del “Corriere della Sera”, Gian Antonio Stella,  ha dedicato alla  sconcertante vicenda: “ La negazione dell’ addio”.

Non è finita. A Milano, che pochi mesi prima veniva additata come le vera capitale, modello di efficienza, progresso e civiltà, nel campo 87 del cimitero Maggiore di Musocco  è stata allestita in tutta fretta una fossa comune   durante il periodo di lockdown della città. Qui sono state sepolte decine di persone morte per il coronavirus e non reclamate dalle famiglie.

Sessantuno croci bianche : sono i caduti del Covid. ( lo ha rilevato“Repubblica” il 22 aprile con tanto di servizio fotografico). Episodi che si sono ripetuti con le fosse comuni a Hart Island, nel distretto del Bronx, famigerato quartiere multietnico di New York abitato da un milione e mezzo di persone. In quelle fosse le autorità avevano calato decine e decine di casse di legno contenenti le vittime del virus che non avevano parenti, le cui famiglie non erano in grado di sostenere le spese del funerale oppure non erano state reclamate da nessuno. C’ è da osservare che stiamo parlando del  Bronx,  noto soprattutto per le sue piaghe sociali, drugs, crime and poverty ( droga, delinquenza e povertà).

Ciò che è accaduto nell’ opulenta Lombardia, dimostra  purtroppo,  che la cultura occidentale ha rimosso la morte. “ Bisognava farli  di giorno quei ‘cortei’, ha detto il filosofo Umberto Galimberti al Corriere del Veneto, “in modo che fosse chiaro, che la gente si rendesse conto della gravità della situazione. Si è ritenuto opportuno di cercare che la gente non vedesse le bare. Che non vedesse la morte nella catastrofe generalizzata. Non abbiamo più capacità critiche per comprendere la morte, data la nostra rimozione”.

E’ vero,  l’abbiamo rimossa.  Esempi? A Milano, la zona della Darsena e dei Navigli è tornata a riempirsi ad appena quattro giorni dall’ allentamento del lockdown. Non solo ragazzi ma anche adulti a passeggio, quasi tutti senza mascherina. Altri appoggiati ai parapetti senza alcun  distanziamento “sociale”. Si sono visti anche venditori ambulanti vendere bibite, birre, panini. Polemiche a non finire sui social per le foto ed alcuni video postati che hanno testimoniato l’ affollamento di una delle zone più famose della movida milanese. E’ intervenuto, tardivamente,  anche il sindaco Giuseppe Sala che ha definito “vergognoso”  l’ accaduto. Eppure la Lombardia è stata la regione più colpita dalla pandemia. Con più contagi e decessi tra cui decine e decine di medici e infermieri che hanno donato la loro vita per assistere gli ammalati.  Il capoluogo lombardo ha pagato, e lo sta facendo tuttora, il tributo più alto. Sembra che la lezione non sia servita a nulla. Giovani milanesi spavaldi, strafottenti, arroganti, irresponsabili? Ma simili fatti si sono verificati anche a Palermo, Roma, Bologna, Pescara …

La generazione del Nulla. Cosa vogliamo dire? Che la catastrofe del Convid -19, apportatrice di sofferenze e  morti, è stata vissuta e si sta vivendo con superficialità, noncuranza, irresponsabilità. Nemmeno  i lutti che hanno colpito familiari, amici, conoscenti, hanno indotto la generazione

del Nulla  a frenare per un attimo l’irrefrenabile ricerca del divertimento, del piacere e del godere. Anzi. Per allontanare le tristi immagini della gente colpita dal virus nelle corsie degli ospedali apparse sui giornali, sugli schermi televisivi ed altro, anche se congiunto o amico, in assenza di motivazioni  o impegni politici, ideologici , religiosi – si  cercano emozioni e sensazioni da consumare subito. Per colmare il vuoto, rimuovere lo spettro del dolore e della morte. Del resto la società dei consumi e del benessere può offrire varie soluzioni. Fare shopping, giocare alla playstation, andare su facebook, ritrovarsi con le amiche e gli amici in un locale per bere  un aperitivo, un drink, una birra o un bicchiere di vino, o – al limite – consumare ogni tipo di droga. Il nostro tempo ha spazzato via ogni certezza consolidata.

Anche con sfumature diverse, lo storico Franco Cardini ha osservato che il mondo globalizzato, ha cambiato  la  concezione della vita ma pure della morte. Intervistato da Silvia Truzzi del Fatto Quotidiano  ( 2 marzo scorso) ha osservato che un tempo “morte e malattie erano più comuni, più vicine. La modernità ha portato con sé una sorta di diffusa volontà di potenza che si scontra  col nostro pur vantato razionalismo: la morte si rifiuta, si nega, si dissimula, si eufemizza, si nasconde grazie a un complesso sistema di segregazione socio-simbolica per cui gli ammalati vengono nascosti e i funerali travestiti il più possibile da eventi non luttuosi. Nel Medioevo e nella prima età moderna, fino al Settecento, si reagiva viceversa ostentando: penso ai trionfi della morte, alle danze macabre. Era un modo di rassegnarsi, ma anche di “addomesticare la morte” che oggi, negata, torna ‘selvaggia’ . Estranea. Emarginata”. Oggi – ha precisato Franco Cardini – “oscilliamo tra sottovalutazione e sopravvalutazione dei fenomeni infettivi, tra noncuranza ed eccesso di autotutela. Con questa epidemia dovremo fare i conti tra un po’ di tempo. Nel frattempo non riusciamo a reagire razionalmente. O non ci preoccupiamo affatto o ci preoccupiamo troppo: in entrambi i casi facciamo un errore”.

L’archeologo Fabio Martini  sta lavorando sulla necropoli preistorica di Romito, oggi Parco nazionale del Pollino, la più estesa area protetta di nuova istituzione in Italia che si trova nella catena montuosa dell’ Appennino meridionale, a confine tra la Basilicata e la Calabria. In merito al corteo degli automezzi che hanno trasportato in vergognosa segretezza  le casse con i morti del bergamasco  e alle fosse del Bronx, ha osservato che “ già l’uomo di Neanderthal, diciamo centomila anni fa, non buttava via i morti come carcasse di animali”. Per lo studioso l’homo sapiens, intorno a quarantamila anni fa, dava sepoltura ai defunti con oggetti vari, ossa, monili, che davano a ciascuno la propria identità. “Non è un caso se le fosse comuni, come quelle viste ad Auschwitz, Srebrenica o giorni fa ad Hart Island, nel Bronx, hanno destato sempre raccapriccio. Lì c’era l’insulto finale, la cancellazione dell’identità”.

“Visto che la morte è solo la cessazione di un certo stato di vita, essa non esisterebbe se non esistesse la vita”, ha scritto François Cheng, scrittore e poeta cinese, nelle Cinque meditazioni sulla morte (Bollati Boringhieri). Di più: “Paradossalmente la morte corporale, che è ineluttabile, rivela la vita come il reale principio assoluto. C’è una sola avventura, ed è quella della vita”.

Solo rispettando l’una si può capire l’altra. E non si dica, per favore, che tutto ciò che abbiamo visto in quei cortei carichi di bare è dovuto «solo» alla stramaledetta polmonite da Covid-19. Non è così, purtroppo. Gli archivi sono pieni di inchieste giudiziarie, da una parte all’altra della penisola, che raccontano in tempi “normali” di ceneri perdute, ceneri mischiate, ceneri trovate tra i rifiuti, trafficoni sbattuti in carcere per aver “buttato in sei bidoni le ceneri di almeno duemila corpi”… Un degrado figlio d’una storia lunga lunga. Dove è stato smarrito anche il senso dell’ultima strofa dell’amarissima Livella di Totò: «Nuje simmo serie… / appartenimmo à morte!».