Da tredici anni ogni autunno nel cuore della Cisgiordania si balla, si mangia e, soprattutto, si brinda. In pace e allegria. È l’Oktober Fest di Taybeh, l’antica Efraim, il villaggio della Samaria dove Gesù si fermò prima di avviarsi verso Gerusalemme e il Calvario. Oggi, con i suoi 2000 abitanti, tutti arabi cristiani e le sue tre parrocchie (una di rito latino, l’altra di rito melchita e la terza greco-ortodosssa), è l’ultimo borgo a maggioranza cristiana nei territori palestinesi. Un’isola di fede spersa nel mare islamico ma anche un modello di successo in un’area turbolenta e sottosviluppata. Il merito è dei Khoury, una dinamica dinastia di imprenditori greco-ortodossi che dal 1993 ha deciso d’investire sull’alcool di qualità. Nell’aggrovigliato contesto politico-religioso palestinese una novità assoluta e una scelta decisamente azzardata.

Tutto iniziò all’indomani degli accordi di Oslo tra Yitzahk Rabin e Yasser Arafat, una straordinaria quanto fragile architettura diplomatica che doveva assicurare la pace tra i due popoli. Come è noto, purtroppo, la storia prese altre direzioni, ma in quel tempo l’ottimismo era d’obbligo e contagiò anche il capofamiglia Nadim Khoury. «Studiavo ingegneria a Boston e mi ero appassionato alla fabbricazione delle birre artigianali. Mio padre mi convinse a tornare per creare un birrificio, il primo della regione».

Una strada subito in salita. A fronte di un autofinanziamento di un milione e duecentomila di dollari ci volle un intervento diretto di Arafat per ottenere dalla guardinga Autorità palestinese i permessi necessari per avviare la “Taybeh Brewing Company” e produrre le prime bottiglie destinate principalmente (allora il 70 per cento della produzione) verso il mercato israeliano. Uno sbocco commerciale importante ma dal settembre 2000, con lo scoppio della seconda “intifada”, presto sbarrato. La grande rivolta si protrasse per anni con migliaia di morti, innumerevoli distruzioni e la devastazione della fragile economia locale. Una catastrofe che convinse molti cristiani di Palestina — piccoli vasi di coccio tra grandi vasi di ferro — ha scegliere l’esilio. Non i Khoury.

In quell’infernale quinquennio — punteggiato da continui blackout elettrici, razionamento dell’acqua, controlli polizieschi — i cocciuti “mastri birrai” strinsero i denti e continuarono a lavorare diversificando prodotti e mercati. Ai musulmani della Cisgiordania venne proposta una deliziosa birra analcolica che convinse pure gli occhiuti iman islamici. «I controllori rimasero stupiti nello scoprire che le uova di cioccolato per i bimbi contenevano più alcool che la nostra birra a 0,0», racconta divertito Nadim. Poi la scelta di esportare il prodotto prima in Germania e via, via nel resto d’Europa (in Italia è distribuita da una società bresciana), in Giappone e, persino, negli Usa. Oggi il piccolo birrificio produce oltre un milione di pinte in più versioni (dorata, scura, ambrata e la superba bianca, mescolata con arancio e coriandolo) e impiega quindici-venti persone. Piccoli numeri ma importanti per l’affannata economia locale. Una curiosità: per poter sbarcare negli Stati Uniti i Khouri hanno dovuto modificare le etichette sostituendo l’originale “made in Palestine” con un anodino “made in West Bank”…

Il salto di qualità arrivò nel 2015. Con lo spegnersi dei fuochi insurrezionali e il ritorno ad una precaria normalità l’astuto Nadim lanciò l’ennesima scommessa: l’Oktober Fest di Palestina, una grande festa della birra aperta a tutti. Cristiani, musulmani, ebrei. Un atto di coraggio e di speranza. Una sfida vinta e riuscita.

Negli anni la manifestazione è decollata ed è ormai diventata un appuntamento fisso. Ogni anno, tra settembre e ottobre, il piccolo borgo si riempie di giovani e meno giovani provenienti dalle città vicine o da Gerusalemme (distante solo trenta chilometri). Una folla gioiosa che si accalca tra banconi e bancarelle ballando al ritmo del rap, del hip-hop o delle musiche tradizionali. Una bolla di libertà invisa ai conservatori ma benedetta dai tre parocci di Taybeh (pecunia non olet…) e supportata dal ministero del Turismo di Palestina.

Dopo il successo del birrificio i Khoury hanno continuato a sviluppare l’azienda: hanno aperto il Taybeh Golden Hotel e dal 2013, al ritorno dagli Usa del figlio Canaan laureato ad Harvard, sono diventati anche produttori vinicoli. Gli unici, con frati salesiani del monastero di Crémisan di Betlemme, della Palestina.

Una scelta per loro logica poichè, come sostiene il capofamiglia «In Terra Santa è dai tempi di Cristo che si produce vino». L’area, in effetti, è perfetta per la viticultura. Tra i villaggi di Taybeh, Aboud e Birzeit le vigne sono «a 750 metri sul mare, l’umidità e rugiada evaporano facilmente e il soleggiamento è ottimo». Ogni anno dalle botti di quercia (acquistate in Italia come gran parte dei macchinari) zampillano Cabernet, Merlot e Syrah per un totale di 35mila bottiglie. Intanto Canaan ha incominciato a sperimentare, insieme ai contadini locali, una versione palestinese di Sauvignon Blanc.

Come nel caso della birra, anche Bacco ha la sua festa a Taybeh, la “Vinfest”. La manifestazione si tiene in primavera con la partecipazione di musicisti e intellettuali locali. Insomma una bella rassegna d’arte, musica e buon vino ma anche la dimostrazione che per la Palestina (e suoi cristiani) vi è ancora un futuro possibile.

Sorridendo Maria, sorella di Nadim, così riassume la loro vicenda «Spesso mi chiedo se siamo dei pazzi a voler restare qui. Un giorno manca l’acqua, un giorno salta la luce, un altro ancora i coloni israeliani s’impossessano di un terreno, di un campo. Ma Dio deve avere un forte senso dell’umorismo se permette a una famiglia cristiana di vivere in un posto al 98 per cento musulmano producendo bevande proibite dal Corano. Dio ci ha donato tanta forza per permetterci di superare ogni ostacolo. Grazie a Lui continuamo a offrire le migliori birre e vini del Levante. È il nostro modo di resistere pacificamente». A tutto e a tutti.