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       Al di là di come si voglia valutare la vittoria di Sadiq Khan alle elezioni per il ruolo di sindaco di Londra (e chi scrive la giudica positivamente, considerato chi era il suo principale avversario…), questa tornata elettorale evidenzia plasticamente una dato fondamentale: la crisi terminale della demografia europea. Ci sono sempre meno europei di razza bianca, e sempre meno ce ne saranno in futuro; è dunque normale che gli esponenti di altre etnie, tra l’altro già fortemente inseriti nella società locale, prendano il loro posto.
       Non mi strapperei i capelli, non ne farei una vittoria dell’Islam imperante: è solo che i popoli e le civiltà che non fanno figli sono destinati inevitabilmente a perire.
       Molto utile sarebbe riflettere sulle ragioni che hanno causato tutto questo, che si stanno sviluppando da decenni e che hanno modificato dal profondo la società europea, le sue politiche, le sue metapolitiche, il suo universo di valori: un welfare assurdo nella sua capillarità e generalità, tale da essere in grado di portare, più o meno in una generazione, Paesi come l’Italia e la Grecia al fallimento più completo; una spesa sanitaria non meno assurda, nella sua consistenza, tale anch’essa da affossare in breve le casse di uno Stato. A ciò si aggiungano gli interventi delle classi politiche e di quelle burocratiche, le quali, onde evitare il fallimento di un sistema tanto folle (peraltro edificato sotto il loro impulso e con la loro scoperta complicità), dopo aver facilitato in una prima fase ogni tipo di abuso da Welfare, hanno necessariamente dovuto provvedere a ridurlo drasticamente e ad aumentare pazzescamente l’imposizione fiscale, per sperare di dare qualche anno in più di vita a un sistema scopertamente insostenibile. Così, se prima gli europei non facevano figli perché stavano troppo bene, ora non ne fanno più perché i giovani, privi di lavoro e di prospettive per il futuro, semplicemente non possono permetterselo.
       In mezzo a questo dramma, i popoli giovani emigrati in Europa, pur profittando delle politiche di sostegno sociale loro concesse, non hanno smesso di figliare e oggi fanno valere l’unica ragione che stabilisce i rapporti tra persone e cose: la ragione della forza, la ragione del numero.
       L’Europa, questa Europa, è già morta e non tornerà a vivere. Su questo sfondo, non servirà a nulla l’erezione di muri, che verranno tutti puntualmente travolti. Servirebbe, semmai, una politica di potenza europea atta a inserire i nuovi nati o i nuovi venuti all’interno di un rinnovato sistema imperiale, non necessariamente animato da politiche di espansione, ma certamente attento al varo di strategie di autoconservazione e sopravvivenza. Fare riferimento a questo, nell’attuale clima politico europeo, è come abbandonarsi al “sogno di una notte di mezza estate”. Le civiltà muoiono e quella europea è al suo atto finale, sfiduciata, sfibrata, vecchia, animata dalla cupa incapacità di darsi un futuro che è tipica di tutti gli anziani non illuminati, attenta a quattro soldi, alla “piccola politica”, non alla grande progettualità. Del resto, quale progettualità potrebbe avere un morituro, se non già un “caro estinto”?
       Occorre ripensare tutto il nostro futuro di abitanti del Vecchio Continente e ricordare che, se sono di più e più forti, avranno sempre successo gli “altri da noi” (non ho scritto nemici perché non li sento tali; sento come tali molto di più certi europei…). Che senso ha, dunque, lasciarsi coinvolgere in patetiche battaglie di retroguardia per l’erezione di muri, quando occorre molto di più, molto di meglio, come progettualità, strategie, liberare energie, intelligenze e capitali per proiettarci nel mondo a trasferire il nostro tuttora potente know how, senza dover impiegare tutto – come stiamo purtroppo facendo – per mantenere classi politiche asservite e burocrazie misoneiste ed autoreferenziali, gli unici soggetti rimasti in Europa fermamente decisi a fare di tutto per non dover rinunciare ai propri privilegi?
      E’ del tutto chiaro che – se non possiamo “armare la prora e salpare verso il mondo” in quanto costretti a consumare ogni nostra energia ed ogni nostro modestissimo capitale per mantenere le carogne che ci sono salite sulla schiena per affamarci – siamo morti. Lo sono anche loro – le carogne – che per tanti denari credono di poter gestire un’emergenza e una trasformazione epocali senza essere travolte. Lo saranno anche loro, invece: quando i disperati del mondo sono tanti e quando vedono davanti a sé solo più o meno occulte ricchezze, per un po’ abbozzeranno, poi anche loro si ricorderanno che “il numero è potenza” e si riprenderanno manu militari ciò che spetta ai più forti. Condannarli per questo? Dio li benedica, almeno loro hanno compreso che cosa è corretto fare: non vivere da schiavi, ma da uomini. Qui da noi ancora nessuno si è accorto che i poveri sono molti di più dei ricchi e che occorre rischiare tutto per non morire.