Dopo sei mesi di bombardamenti aerei sempre più intensivi contro il c.d stato islamico i conti non tornano. Bomba dopo bomba, le armate del “califfo nero” tengono il terreno e — nonostante le truppe curde e i commandos occidentali — mantengono le loro installazioni in mezza Siria e in un terzo d’Iraq. Da qui la riunione di ieri a Londra dei rappresentanti dei 21 paesi impegnati in questa “drole de guerre” — questa guerra ridicola, ancora senza risultati sostanziali — contro il fondamentalismo sunnita.
Per evitare il fallimento totale è ormai necessario, come ammette sconsolato il segretario di Stato americano John Kerry, «aggiustare le strategie». Come? In quale direzione? Con quali mezzi?
Impossibile contare sull’esercito di Baghdad — semplicemente disastroso sul campo — e sulle pur volenterose milizie curde. Con crudo realismo il ministro degli Esteri britannico Philip Hammond ha ammesso che «vi vorranno molti mesi prima che i “lealisti” possano lanciare una prima controffensiva contro l’Isis». Urgente, quindi, non “aggiustare” ma cambiare radicalmente strategie e piani. Per affrontare una “guerra lunga” almeno tre-quattro anni.
Eppure dal convegno di Londra non è uscita nessuna decisione ma solo banalità come “l’aumento degli aiuti militari all’Iraq, ai Curdi” o follie come l’invio di armi alla controversa e poco, pochissimo affidabile “opposizione moderata siriana”. Il tutto con la solita spruzzata d’umanitarismo a buon mercato e la promessa di misure di polizia per fermare il traffico di volontari islamici verso l’Isis. Peccato che il passaggio di armi e uomini sia garantito dall’ambigua Turchia di Erdogan. Mentre il califfo resiste e lentamente avanza, l’Occidente chiude un’altra volta gli occhi. Nonostante i morti di Parigi, i fuochi della Libia, le mattanze della Nigeria.
Perché? Nel “consiglio di guerra” londinese tutti avevano chiaro (ma nessuno ha osato sostenerlo apertamente) che l’unica soluzione possibile per il Levante e l’Africa, la sola possibilità per una controffensiva contro la deriva islamista, passano obbligatoriamente attraverso il coinvolgimento della Russia, dell’Iran e di Damasco. Un cambio di prospettive che infrangerebbe definitivamente il progetto (del tutto fallimentare) immaginato dagli USA e i loro alleati europei (la Gran Bretagna e la Francia) e medio orientali (l’Arabia Saudita — in piena crisi dinastica —  e il Qatar). Un disastro per gli spregiudicati architetti delle “primavere arabe” e per i callidi “apprendisti stregoni” di Doha e Ryahad. Una vigilia di speranza per chi non si rassegna alla catastrofe.