Mercoledì scorso Pierre Schoendoerffer se n’è andato. Con aristocratica discrezione. Nonostante una lunga vita passata dietro alla macchina da presa, il regista non amava — accidiosamente ricambiato — il mondo dello spettacolo, il chiasso dei media, la superficialità degli ambienti del cinema. Personaggio atipico nel panorama artistico transalpino, Schoendoerffer, come notava Jean François Rauger su “Le Monde”, «era nel cuore del cinema francese e, al tempo stesso, rimaneva un irrimediabile un individualista, un solitario». Di sicuro, per molti l’uomo era un personaggio “inattuale”, difficile. Indecifrabile e roccioso come un menhir bretone.

Per capire Schoendoerffer e comprenderne l’opera è necessario ripercorrere la sua vita straordinaria, le sue scelte coraggiose, le sue sfide impossibili. Giovanissimo, Pierre — appassionato lettore di Melville, Conrad e London — s’imbarca su un veliero in cerca della grande avventura, ma un giorno del 1950 legge la storia di un cameramen dell’esercito, caduto nella lontana Indocina francese, in una guerra lontana, apparentemente fascinosa, esotica. Schoendoerffer non ha dubbi e si arruola nel servizio cinematografico militare. È il suo incontro con il cinema.

Dal 1952 al 1954, il giovane volontario è sul campo di battaglia e condivide la sorte del corpo di spedizione francese e il suo lento, sanguinoso naufragio tra le risaie e i monti del Vietnam. Il suo obiettivo racconta le gesta dei parà di Bigeard e Langlais ma anche l’orrore del combattimento, la fatica delle marce, l’angoscia dei feriti. Tutto si conclude a Dien Bien Phu, la terribile battaglia che in 170 giorni di fuoco inghiotte per sempre l’Indocina francese e i suoi difensori. Caduto prigioniero, Schoendoerffer conosce l’inferno dei campi comunisti ma, miracolosamente, sopravvive e rientra in una Francia indifferente, a volta ostile. La disfatta asiatica non interessa o infastidisce. Meglio rimuoverla.

L’ex caporal maggiore non ci sta. Riprende i suoi strumenti e riparte verso i fronti di guerra, va in Marocco e in Algeria, assiste al collasso dell’impero coloniale e scrive. Nel 1958 incontra Georges de Beauregard, il produttore di Godard, che lo aiuta ad entrare nel mondo del cinema e a realizzare nel 1963 il suo primo successo, “La 317° section”.

Il film di Schoendoerffer — adattamento del suo omonimo romanzo — racconta l’anabasi di una pattuglia francese, spersa nelle foreste del Laos e inseguita da un nemico invisibile quando temibile.

Le riprese sono pesantissime: la troupe rimane isolata quattro settimane nella giungla con i rifornimenti ridotti al minimo. «Ho imposto a tutti ritmi militari», racconterà il regista, «non si può fare un film sulla guerra in  mezzo ai confort». Un avvertimento che John Milius e Francis Ford Coppola — grandi ammiratori del cineasta francese — terranno ben presente durante le riprese di “Apocalypse now”. Il lungometraggio — un racconto secco e grandioso, mirabilmente interpretato da Jacques Perrin e Bruno Cremer — è considerato a tutt’oggi uno dei migliori film bellici della storia del cinema. Nel 1965 “la 317° section” — è premiata al Festival di Cannes del 1965. È il successo.

Negli anni Sessanta Schoendoerffer gira un poliziesco — divertente ma modesto —, pubblica romanzi di successo come “Addio al re” (con cui vince il Premio letterario Interallié), ma non scorda l’Indocina. Nel 1968 è nuovamente in Vietnam; questa volta è la volta degli americani e il nemico è lo stesso, i viet, i comunisti. Memore della sua esperienza giovanile, il regista rimane però scettico: conosce l’Indocina, la “guerra rivoluzionaria”, la determinazione dell’avversario e, dopo Dien Bien Phu, diffida dell’arroganza dei generali e della stupidità dei politici. In più, la potenza della macchina bellica statunitense non lo convince. Ancora una volta preferisce raccontare le storie dei soldati in prima linea — i primi a combattere e gli ultimi a essere ricordati — e gira “La Section Anderson”, l’esperienza di un plotone di marines al fronte. Un capolavoro con cui otterrà nel 1968 l’Oscar per il miglior documentario.

Nel 1976 vince il prestigioso Grand Prix de l’Académie Française con il suo capolavoro letterario “Le Crabe-tambour”, che trasforma subito in una pellicola di successo che — grazie a un superbo Jean Rochefort — miete tre Cesars (l’Oscar francese) e un premio a Cannes.

Il film fa discutere. “Le Crabe-tambour”, realizzato in condizioni estreme su una vecchia nave da guerra al largo di Terranova, è una storia di uomini di mare e di onore ed è apertamente ispirata alla figura di Pierre Guillaume, uno degli eroi d’Indocina e Algeria e — al tempo stesso — uno dei protagonisti del fallito putch militare del ’61 e un militante dell’OAS. Un fascista, un proscritto.

La critica radical-chic non riesce opporsi ai riconoscimenti, ma inizia a stendere un “cordone sanitario” attorno a Schoendoerffer; il regista non se ne preoccupa ma i produttori e i distributori iniziano a negarsi al telefono. Un ricordo personale. Le “Crabe-Tambour” esce in Italia nel 1980 con il titolo “L’Uomo del fiume”. Nonostante i premi, il film è mal distribuito e peggio pubblicizzato. Lo vedo in un cinemino milanese ormai sparito. Mi piace. Giorni dopo, con l’arroganza del giovane redattore chiedo a Leo Pasqua — un ottimo critico cinematografico e allora collaboratore della testata per cui lavoravo — il motivo di tanto ostracismo. Con stupore l’onesto recensore mi risponde «Certo, è un film bellissimo. Ma è un film fascista. Non l’hai capito… poi se scrivo qualcosa non mi invitano più ai festival. Non sono mica matto, devo lavorare…».

Ma Schoendoerffer non è solo, ha ancora degli amici come John Milius, che nel 1988 porta sul grande schermo “Addio al re”, con uno splendido Nick Nolte. Un altro successo che permette all’ormai anziano regista di realizzare nel 1992 la pellicola della vita, “Dien Bien Phu”, un omaggio ai camerati e ai nemici caduti nella grande battaglia.

Duro e fascinoso, il film tocca persino il critico del “Corriere della Sera” che lo definisce «un film corale, un severo affresco bellico e una meditazione sui sacrifici inutili col contrappunto di un concerto a Hanoi e un giornalista americano a far da coro. Non vale 317° section” dello stesso regista, ma è impregnato dallo stesso tema, quello dei soldati che combattono per l’onore senza farsi illusioni sull’esito della battaglia».

Alla notizia della sua morte, Sarkozy ha definito — per convinzione o per recuperare consensi a Marine Le Pen, poco importa — « Schoendoerffer è una leggenda che ha aiutato la Francia a comprendere meglio la nostra storia». Per una volta siamo d’accordo con lui.