Cinque unità navali d’altura con una decina tra aerei, droni ed elicotteri. Il dispositivo militare messo in campo dall’Operazione “Mare nostrum” per il pattugliamento ed il soccorso dei migranti si aggiunge alle forze della stessa Marina, della Guardia di Finanza e della Capitaneria di Porto già da settimane impegnate a soccorrere migliaia di persone in arrivo dal Nordafrica.

 

Il ministro della Difesa, Mario Mauro, ha parlato ieri di costi sostenuti finora pari a 1,5 milioni di euro al mese, previsti in crescita dai prossimi giorni quando verranno assegnate alla nuova operazione la nave da assalto anfibio San Marco, 2 fregate classe Maestrale e due pattugliatori delle classi Comandanti e Costellazioni. L’unico dato certo è che le spese verranno gestite con i bilanci dei singoli ministeri, come annunciato dal governo, probabilmente attingendo dai 190 milioni di euro messi a disposizione nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri per l’emergenza immigrazione ( più 20 milioni per l’accoglienza dei minori) . Per “Mare nostrum” fonti di stampa hanno previsto un onere finanziario di circa 4 milioni di euro al mese ma, conti alla mano, la spesa potrebbe essere più che doppia.
Prendendo a riferimento le “tabelle di onerosità” delle unità navali della Marina Militare un giorno di navigazione di una Maestrale costa circa 60 mila euro, del San Marco 45 mila e tra i 12 e i 15 mila euro dei pattugliatori. L’impiego delle sole unità navali costerà quindi 192 mila euro al giorno ai quali aggiungere il costo delle ore di volo della decina di velivoli assegnati all’operazione.

 

Almeno 4 gli elicotteri AB-212 coinvolti con un costo orario di 4 mila euro come quello del drone Reaper (Predator B) messo a disposizione dall’Aeronautica Militare e che verrà probabilmente trasferito dalla base di Amendola (Foggia) a una più vicina al Canale di Sicilia ( forse a Trapani). I due sofisticati elicotteri EH-101 dotti di radar per la ricerca di superficie costano 7 mila euro a ora di volo mentre tra gli aerei da pattugliamento i costi variano dai 2 mila euro dei piccoli Piaggio P-180 ai 13 mila euro dei grandi e vecchi Breguet Atlantic.

Anche ipotizzando un impegno dei mezzi aerei di sole 15 ore di volo al giorno si raggiunge un costo medio di 90 mila euro. Sommando i costi aerei e navali più le indennità d’imbarco dei circa 800 marinai delle cinque unità navali coinvolte si può ipotizzare una spesa media giornaliera di 300 mila euro, cioè 9 milioni di euro al mese a cui aggiungere 1,5 milioni per il dispositivo di unità costiere già in azione per un totale di 10,5 milioni. Con l’arrivo dell’inverno e del maltempo dovrebbe calare il flusso di barconi e anche i costi dell’impegno navale italiano, variabili destinate nuovamente a impennarsi la prossima primavera in assenza di soluzioni che portino a sgominare le gang arabe di trafficanti di esseri umani e far cessare i flussi migratori. Compiti che non sembrano alla portata dei governi nordafricani e in particolare di quello libico.

 

Infatti il punto debole di “Mare nostrum” non è nel dispositivo militare messo in campo ma negli obiettivi perseguiti dalla missione. Se il compito è solo quello di soccorrere in mare e portare in Italia gli immigrati africani allora la missione rischia di essere senza fine perché la presenza navale italiana incoraggerà i flussi migratori e ingigantirà il business delle organizzazioni criminali. Nonostante le assicurazioni del governo che la missione si integrerà con il sistema di pattugliamento europeo Frontex e quello di rilevamento della Ue Eurosur è evidente che il peso dell’intervento sul mare e del problema immigrati ricadrà sull’Italia, come avvenne due anni or sono in seguito al conflitto libico. Frontex di fatto non schiera unità navali nel Canale di Sicilia ed Eurosur sarà operativo solo a dicembre e non salverà ne assisterà un solo naufrago.
Poco convincenti anche le dichiarazioni del ministro degli Interni, Angelino Alfano, che ieri ha detto che le persone soccorse da navi italiane non saranno necessariamente portate in Italia e che con “Mare Nostrum” l’Italia “rafforza la protezione della frontiera” perché “c’è la deterrenza che si ha dal pattugliamento, più l’intervento delle Procure della Repubblica cha già in due circostanze hanno sequestrato le navi e arrestato l’equipaggio, la somma del pattugliamento e dell’azione della polizia giudiziaria e della magistratura avrà un effetto deterrente molto significativo per chi pensa impunemente di fare traffico di esseri umani”.

 

Difficile però scoraggiare i trafficanti aiutando i loro “clienti” a raggiungere l’Italia. Anche se la missione annunciata è stata definita umanitaria e di soccorso, desta qualche sospetto la composizione dello strumento aeronavale navale messo in campo che avrebbe una reale capacità di contrastare l’immigrazione illegale. Specie le fregate lanciamissili Maestrale le cui caratteristiche mal si prestano al soccorso di civili. Navi da oltre 3 mila tonnellate, pesantemente armate, con poco spazio a bordo per ospitare naufraghi e molto onerose. Perché impiegare due navi con simili caratteristiche per una missione solo di soccorso?
Teoricamente ci sarebbero quindi i margini anche per azioni più complesse e “militari”, da coordinare con il governo libico. Grazie alla loro autonomia di quasi 30 ore di volo i droni possono sorvegliare costantemente i porti di partenza dei barconi consentendo alle navi militari di raggiungerli appena al di fuori delle acque libiche. La nave San Marco oltre a imbarcare un ospedale e il comando dell’operazione ospita anche mezzi da sbarco e fucilieri di Marina: mezzi e truppe idonei a riaccompagnare in sicurezza sulle coste libiche immigrati recuperati in mare sotto la scorta deterrente delle Maestrale.

 

Gianandrea Gajani – Il Sole 24 ore , 15 ottobre