Una volta la Patria si serviva anche facendo la guardia ad un bidone di benzina. Oggi, sotto il governo del Conte Gentiloni, la Patria si serve facendo la guardia all’uranio dei Francesi.

Al di là degli inutili proclami della ministra Pinotti e delle furbesche manipolazioni mediatiche che hanno accompagnato l’ultima decisione del governicchio oramai in fase via di smobilitazione (finalmente), è chiaro che il vero compito della missione militare italiana in Niger sarà, di fatto, quello di sostenere gli interessi francesi nell’area.

Evidentemente il Conte Gentiloni Silverj si trova più a suo agio nei panni del maggiordomo che in quelli dell’aristocratico e non contento dell’atteggiamento sin troppo acquiescente e servile tenuto sin qui nei confronti dei voraci vicini d’oltralpe ha pensato di fare un altro favore al presunto amico Macron, che si trova alle prese con un problemino non da poco.

L’area del Sahel è da sempre una zona di grande importanza per gli interessi francesi. Già nel 1935 era stata oggetto di trattative tra Benito Mussolini e Pierre Laval, che aveva ceduto all’Italia la fascia di Aouzou, una lingua di terra strategicamente importante all’estremo nord del Ciad, che nel 1945 i Francesi si affretteranno a farsi restituire.

Oggi l’area, essendo ricca di uranio, è divenuta di vitale importanza per il sistema energetico francese incentrato sul nucleare, che rappresenta oltre il 70% dell’energia prodotta oltralpe. Per questo la Francia, nel tentativo di garantirsi il controllo della regione, è impegnata da anni in costosissime operazioni militari.

L’ultima in ordine di tempo è l’“Opération Barkhane”, varata nel 2014 da François Hollande e tutt’ora in corso con lo scopo dichiarato di combattere le milizie islamiche della zona e quello reale di mantenere il controllo francese sulle risorse naturali del Sahel, tutte saldamente in mano a compagnie francesi: oltre all’uranio carbone, ferro, fosfati e petrolio.

Sotto il comando Francese operano già truppe di Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania, ma l’apporto dei poverissimi governi locali non è evidentemente sufficiente a sostenere un’operazione al cui finanziamento, 423 milioni di euro previsti per un anno di operazioni, contribuiscono, ma non abbastanza, anche Arabia Saudita, Emirati, UE e USA. Ed è proprio qui che si inserisce la missione italiana: i militari italiani in Niger saranno in realtà subordinati ai comandi francesi e di fatto si ritroveranno al servizio della missione francese nel Sahel.

La logica è quella di sempre: l’Italia, come un servizievole cameriere, si mette a disposizione del potente di turno che richiede i suoi servigi senza averne nessun vantaggio per i propri interessi nazionali ma nella speranza che, prima o poi, ci scappi almeno una mancetta.

Era già successo con gli USA, quando un Renzi-Fantozzi dall’inglese rabberciato (qualcuno dice che non avesse nemmeno capito cosa gli stessero chiedendo) si era messo a disposizione di Obama prolungando la inutile missione militare in Afghanistan, salvo poi vedersi rispedire al mittente la richiesta di supporto, politico e militare, per stabilizzare la Libia.

Succede adesso con la Francia, determinante nel 2011 nel disgraziato processo di destabilizzazione della Libia (sciaguratamente avallato da un governo di centrodestra con ministro della difesa di destra) con l’obiettivo di scalzare l’Italia dalla sua solidissima e privilegiata posizione nello sfruttamento di gas e petrolio.

Un processo che continua anche oggi, con Macron che si erge a pacificatore e protettore dei due pseudo governi libici mentre i governicchi italici dormono o al massimo si preoccupano dello ius soli.

Una situazione nella quale il Conte Gentiloni ha pesanti responsabilità sin da quando da ministro degli esteri ha puntato tutto sull’inutile governo fantoccio di Al Serraj, ora lestissimo a voltargli le spalle e ad abbracciare Macron, mentre i Francesi supportando pesantemente con armi, aerei e soldati il suo avversario Haftar, inspiegabilmente snobbato dall’Italia, mettevano le mani sulla Cirenaica e sul suo petrolio.

In poche parole, noi andremo a fare la guardia all’uranio dei Francesi in Niger, così loro potranno soffiarci con più facilità e minore dispendio di risorse il petrolio e il gas della Libia.

Parigi potrà ridurre l’attuale impegno di uomini, mezzi e soldi nell’operazione Barkhane, attualmente 4mila militari con 30 velivoli e 500 veicoli, mentre noi manderemo alla base avanzata di Madama, un vecchio forte della Legione Straniera a meno di 100 Km dal confine meridionale della Libia, forse circa 500 uomini (inizialmente parà della Folgore) con 150 veicoli e relativo supporto tecnico e logistico. I relativi costi non sono ancora stati quantificati, ma per dare un’idea la missione in Afghanistan, più strutturata di questa, ha comportato uno stanziamento di 174,4 milioni nel 2017 e di 179 nel 2016.

Per aiutare la digestione di questo bel boccone Gentiloni e la Pinotti raccontano che i nostri soldati avranno il compito di “contrastare efficacemente il traffico di migranti ed il terrorismo”.

Non si capisce bene, però, come una missione formalmente “no combat”, quindi con regole d’ingaggio molto-restrittive e -almeno per il momento- priva di componente elicotteristica ed aerea e di armamenti pesanti, possa “contrastare” terroristi, miliziani e trafficanti armati fino ai denti.

Oltretutto, se anche ci riuscisse, si aprirebbero subito rotte alternative aggirando il dispositivo militare italiano ed utilizzando le piste desertiche che attraversano il confine algerino ed entrano in Libia a sud di Ghat, un’area in cui si è già manifestata la presenza dei miliziani dello Stato Islamico.

Ovviamente per bloccare il traffico di uomini sarebbero molto più efficaci e meno costosi i respingimenti sulle coste libiche in cooperazione con la Guardia costiera di Tripoli, ma sappiamo che questo non piacerebbe alla variopinta congrega buonista e al malaffare affaristico, di vario genere e natura, che si spartisce la torta miliardaria dell’accoglienza.

Un bel favore spontaneamente offerto ai cugini transalpini, dunque, perfettamente coerente con il ruolo subalterno di servitori muti e fedeli che Macron e la Merkel hanno in mente per noi nell’ambito di un’Europa guidata dal rinnovato asse franco-tedesco (con appendici varie).

Probabilmente è dai tempi di Napoleone Bonaparte che i Francesi non trovavano un’Italietta così succube e disponibile alle loro razzie.

Nell’indifferenza generale hanno fatto man bassa in pochi anni delle nostre migliori aziende (Bulgari, Gucci, Parmalat, Galbani, Fendi, Loro Piana, BNL, Cariparma, Eridania, Edison, Telecom e non è ancora finita) approfittando della dabbenaggine pubblica e della miopia privata, poi hanno sbarrato la strada alla nostra unica operazione oltralpe (Fincantieri/STX) e ora vorrebbero influenzare le nostre elezioni politiche, forse temendo che la cuccagna possa finire.

Il signor Moscovici però, socialista francese e commissario europeo, invece di preoccuparsi di quello che succede da questa parte delle Alpi farebbe bene a guardare in casa sua.

E’ paradossale che un Francese, cittadino quindi di un paese che da anni viola sistematicamente il limite del rapporto deficit/PIL (5,1% nel 2011, 4,8%. nel 2012, 4,1% nel 2013, 4% nel 2014, sempre oltre il 3% dal 2015 al 2017) venga a bacchettare un paese che invece questi stessi limiti li ha sempre rispettati, tra l’altro con grandi sacrifici della sua popolazione.

Oltretutto generando un avanzo primario, al netto della spesa per interessi, del 2,1% (0,2% in Germania) mentre in Francia il bilancio è da sempre strutturalmente in disavanzo e dall’inizio della crisi il debito pubblico continua a crescere più che in Italia (15% vs 14%).

Naturalmente nessuno – né dal governo, né dai giornaloni, né dai circoli economici o intellettuali – ha pensato che fosse opportuno rispondere a tono alle ingerenze fuori luogo del signor Moscovici.

Evidentemente le regole europee non sono uguali per tutti né, d’altra parte si è mai visto un cameriere per vocazione rispondere male al padrone.