Ammetto di essere stato molte volte critico col vicepremier Luigi Di Maio.
Nella polemica che lo vede ora contrapposto a Repubblica, però, non posso che stare incondizionatamente dalla sua parte.
Da sempre sotto attacco per l’uso spregiudicato dei congiuntivi o riferimenti scientifici balbettanti, Di Maio ha questa volta ipotizzato, in un video diffuso su FaceBoock, la prossima chiusura dei giornali del gruppo Espresso e gli esuberi dei giornalisti a causa dell’emorragia di lettori in atto.
“Per fortuna ci siamo vaccinati anni fa dalle bufale, dalle fake news dei giornali – come spiega nel filmato Di Maio – e si stanno vaccinando anche tanti altri cittadini tanto è vero che stanno morendo parecchi giornali tra cui quelli del gruppo l’Espresso che, mi dispiace per i lavoratori, stanno addirittura avviando dei processi di esuberi al loro interno perché nessuno li legge più perché ogni giorno passano il tempo ad alterare la realtà e non a raccontare la realtà”.
Che una frase come questa venga pronunciata da un politico, per di più Ministro del Lavoro, non poteva che suscitare vivaci reazioni da parte di quelli messi all’indice e testimonianze di pelosa solidarietà da parte di colleghi interessati a spartirsi la quota di mercato (sempre più risicata veramente) dei periodici in odor di chiusura.
A parte le fisiologiche prese di posizione in favore di Espresso e Repubblica, però, resta aperta la questione irrisolta della perdita di credibilità dell’informazione in generale da tempo divenuta solo megafono del potere, prona ai voleri delle lobby usurocratiche care alla UE e alle strategie di destabilizzazione di stati sovrani a colpi di rivoluzioni colorate prodromiche alle successive avventure militari.
Il sindacato dei giornalisti FNSI invece di esprimere generica solidarietà di tipo politico farebbe meglio insieme all’Ordine di categoria a vigilare sul rispetto delle norme deontologiche costantemente impunemente violate.
E’ storia di questi giorni, infatti, la vicenda strappalacrime di tal Judith Romanello che ha raccontato, ripresa in pompa magna da Repubblica e dai principali quotidiani, di essere stata discriminata perché di pelle nera da un ristoratore veneziana che per questo le ha negato l’assunzione.
Peccato che non esista traccia di tutto ciò, e che la stessa Judith non sappia neppure indicare il nome di questo presunto ristoratore né l’indirizzo del suo locale dal momento che, stranamente, il colloquio di lavoro si sarebbe svolto per strada.
Tutte caratteristiche che rendono la vicenda inverosimile, come ha spiegato Laura Tecce, giornalista attenta e scrupolosa, che si è interessata alla vicenda e che avrebbero da subito essere valutate da Repubblica (e dagli altri) prima di decidere la pubblicazione di una notizia che può essere perlomeno definita dubbia mancando i più elementari riscontri.
Se può provocare dispiacere la perdita di posti di lavoro o la possibile scomparsa di organi d’informazione non bisogna dimenticare però che ciò avverrebbe a causa di politiche editoriali discutibili e direzioni (in questo caso quella di Mario Calabresi) palesemente disinteressate al rispetto della verità e, di conseguenza, dei lettori che infatti non seguono più il giornale.
Come si dice, del resto, quando marcisce il pesce prima di tutto puzza dalla testa.