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Giorni fa è capitato di commentare positivamente su queste pagine una centrata nota di Ernesto Galli della Loggia sull’incredibile, agghiacciante crisi dell’Università italiana. Interessante e accurata è anche l’analisi compiuta da Mattia Sopelsa su una pubblicazione specialistica dello storico e prestigioso ateneo padovano.

Si inizia riportando le conclusioni del rapporto del 2015 “nuovi divari”, pubblicato dalla Fondazione RES. Si tratta di un quadro definito eufemisticamente “poco lusinghiero”, che più francamente si potrebbe etichettare “deprimente e mortificante” , dipinto “sulla scorta della situazione economica del nostro Paese e soprattutto sulla base degli tagli effettuati dai vari governi nel corso degli ultimi anni”. I risultati sono stati questi : gli studenti immatricolati si sono ridotti del 20% ( – 66 mila nel 2014 – 2015), i docenti sono scesi del 17%, il personale tecnico amministrativo ha avuto una contrazione del 18% e il Fondo di finanziamento ordinario del 22,5 %.

Secondo il rapporto – e non è davvero il caso di dubitarne – l’Italia ha subito “un disinvestimento molto forte nella sua università, una trasformazione opposta a quella in corso in tutti i paesi avanzati che continuano invece ad accrescere la propria formazione superiore”. Il discorso logicamente è corredato da un esempio probante: mentre in Italia, come è stato sopra riportato, il finanziamento pubblico si è contratto di oltre il 22% , in Germania è cresciuto del 23%.

Che il comparto universitario sia stato scientemente colpito, tanto da rimanere muto ed inerte, è dimostrato da un altro dato eloquente, colto nel rapporto. Infatti “tra il 2008 ed il 2013 i docenti universitari si riducono del 15%, il totale del pubblico impiego di meno del 4%” mentre negli altri Paesi dell’Ue, anche se in misura minore rispetto al nostro pur sempre colpiti dalla crisi, non sono stati operati tagli così drastici nel campo dell’istruzione superiore.

Una conseguenza diretta ed evidente di questa decrescita è costituita dal posto occupato dall’Italia (l’ultimo tra i 28 Stati membri) nella graduatoria dei laureati.

Il bilancio si chiude, cogliendo la preoccupazione essenziale sull’articolazione territoriale del sistema accademico. Secondo il rapporto l’Italia sta fortemente e dissennatamente disinvestendo nel suo sistema formativo superiore e – aspetto squalificante per gli esecutivi responsabili di questa linea scriteriata – “lo sta facendo con particolare intensità proprio nelle regioni più deboli, nelle quali l’università potrebbe svolgere un ruolo particolarmente pregiato per lo sviluppo economico e sociale”.

Mi si permetterà recare una prova recente della decadenza culturale della nostra nazione, riportando una notizia, riguardante la mia città, Tivoli, che ha l’onore di essere presente nel patrimonio mondiale dell’ umanità dell’Unesco con due siti, quello di Villa Adriana e quello di Villa d’Este.

Negli scorsi giorni sono stati presentati in un convegno svoltosi presso l’Archaelogical Institute of America di San Francisco i risultati di una ricerca presso il complesso monumentale dell’imperatore Adriano da un gruppo di studiosi e ricercatori della Columbia University di New York, culminati nella scoperta di un appartamento di lusso facente parte di un intero quartiere ancora da scavare come si ricava dalle dettagliate ed accurate indagini radar compiute grazie a sofisticati (e costosi) strumenti.

Si tratta di un importantissimo risultato scientifico, che serve purtroppo, anche se in maniera scontata ed attesa, a provare la situazione di penoso abbandono, in cui si trova il ministero dei Beni culturali, impelagato in mere e grigie questioni burocratiche e di potere. E’ uno stato delle cose, che si abbina perfettamente con quello dell’Istruzione, purtroppo non adeguatamente conosciuto e valutato dall’opinione pubblica bersagliata da scandali quotidiani come quelli della Guidi e di Vespa.