Pochi giorni fa tre ragazzi lombardi hanno scalato il monte Kenya, innalzando su Punta Lenana  — un roccione alto più o meno cinquemila metri, fate voi…. —  un tricolore e il simbolo  della loro associazione, i “Lupi delle Vette”. Un’impresa sportiva in onore di un’analoga impresa compiuta 73 anni fa da tre prigionieri di guerra italiani fuggiti da un campo di concentramento inglese. Si  trattò, in quel  triste 1943, di una dimostrazione d’orgoglio, fierezza. Un modo picaresco per tentare di riscattare, in qualche modo, la sconfitta della Patria. Il disastro.

Un bel gesto che i “Lupi” hanno voluto ricordare. Scalando la stessa montagna.  Dopo decenni. Una piccola, grande impresa che ha meritato — giustamente —  l’apprezzamento e i complimenti del nostro ambasciatore a Nairobi.

Ma, per qualche strambo motivo, ai cisposi occhi del noto Fiano Emanuele la vicenda è parsa insopportabile. Il mesto “vigilatore antifascista”, probabilmente in crisi d’astinenza mediatica,  ha subito annunciato un’interrogazione parlamentare. Il motivo? A suo dire i “Lupi delle Vette” sono un’organizzazione sportiva vicina a “Lealtà Azione”, quindi un sodalizio “nazista, fascista, razzista, omofobo, etc. etc.”.  La scalata sul monte Kenya si è trasformata in “un’offesa alla democrazia”.  In uno “scandalo”. Subito, a sostenere il lunare deputato dem, il solito circo giornalistico e politico e qualche scemo. Trallala tralalero.

Una follia. Noi, alla faccia del Fiano, vogliamo invece congratularci con gli alpinisti lombardi , proponendo, perchè no?,  ai nostri lettori l’avventura che ha ispirato i “Lupi delle Vette”.  Dal libro di Marco Valle “Confini e Conflitti” (Edizioni Eclettica). Buona lettura.

 

 

No picnic on mount Kenya

Fu la più romantica, bella e, apparentemente, inutile delle evasioni. È la storia di tre amici, il triestino Felice Benuzzi, il genovese Giovanni “Giuàn” Balletto, e il camaiorese Vincenzo Barsotti evasi per scalare la vetta del monte Kenya e piantarci, il 6 febbraio 1943, il tricolore. Un’impresa meravigliosamente folle: conquistare una montagna di 5000 metri per il gusto di beffare i carcerieri e ribadire il proprio diritto alla libertà.

Per una fortunata coincidenza, Il Corbaccio — su suggerimento dell’ambasciatore Sergio Romano, prezioso collaboratore dell’editore — ha appena rieditato Fuga sul monte Kenya, scritto da Benuzzi nel 1947. Il libro, ormai un classico della letteratura di montagna, nell’immediato dopoguerra ebbe uno straordinario successo e la sua versione inglese No Picnic on mount Kenya fu persino adottata dalle scuole britanniche e, nel 1994, ispirò anche The Ascent, purtroppo un pessimo film pieno d’errori e travisamenti.

Ma torniamo a Benuzzi. Con scrittura fluida e levità tutta triestina, l’antico prigioniero ricostruisce le varie fasi della detenzione, dalla cattura ad Addis Abeba ai primi campi — dipingendo con maestria la monotonia quotidiana, le angosce di quell’ “umanità in conserva” che affolla le baracche — sino al suo trasferimento all’ennesimo lager, a Nanuyuki, alle pendici del monte Kenya. L’improvvisa visione della vetta fa scattare nella mente di Benuzzi — alpinista esperto e, anni più tardi, socio fondatore di Mountain Wilderness  — l’idea: scappare e scalare il gigante di pietra e ghiaccio. Poi tornare in prigionia, perché il triestino considera il Mozambico portoghese e neutrale irraggiungibile.

Assieme a Balletto e Barsotti, Benuzzi inizia a raccogliere un’attrezzatura di fortuna: le piccozze sono ricavate da martelli, i ramponi sono forgiati battendo a freddo pezzi d’acciaio recuperati da una discarica e legati con frammenti di filo spinato. Le corde sono quelle delle reti ai giacigli, le coperte diventano guanti e giacche, le scarpette da roccia hanno la “suola d’agave da branda”. E poi, c’è la bandiera italiana, barattata al mercato nero del campo, da issare in vetta.

Il 24 gennaio 1943 i tre scivolano fuori dai recinti e partono per l’avventura. L’avvicinamento è difficile, oltre che dai britannici bisogna guardarsi anche dagli animali feroci e da una natura stupenda quanto difficile. Poi la montagna: «la meta per cui avevamo penato tanto, irta di guglie, corazzata di ghiacci, irrorata contro la luce del primo sole che la bacia dopo l’attesa della notte».

Da subito la scalata si rivela durissima. Mentre Vincenzo, sfinito e malato, rimane al campo base, Felice e “Giuàn” continuano; sopravvissuti a una bufera di neve, i due giovani devono rinunciare alla vetta principale e ripiegare sulla seconda cima, punta Lenana, un colosso di 4985 metri. Qui alzano il tricolore e una bottiglia con un messaggio che certifica la loro vittoria. Poi prendono la via del ritorno.

Rientrano al campo il 10 febbraio in condizioni pietose, ma prima di consegnarsi si nascondono ancora qualche giorno per ritrovare le forze, per rendersi presentabili. Come si conviene a degli ufficiali italiani. Una mattina si annunciano al comandante del campo: «puliti, sbarbati, con i capelli tagliati e le scarpe lucide, camicia e calzoncini accuratamente stirati. Con l’aria più candida e trionfante lo salutammo: Good morning».

I carcerieri sono strabiliati. I tre finiscono in cella d’isolamento, ma ricevono subito cure e cibo. Intanto una comitiva di alpinisti inglesi scorge il tricolore che sventola su Punta Lenana. Vanno su e trovano anche il messaggio nella bottiglia. Il 20 febbraio l’“East African Standard” , il quotidiano di Nairobi, titola: Escaped italians prisoners fled to Mount Kenya!. La notizia fa il giro del mondo e arriva anche in Italia. Nonostante la sconfitta ormai vicina i tre misteriosi evasi — la censura alleata non fornisce nomi e gradi — sono celebrati come eroi e si meritano una copertina sulla mitica Domenica del Corriere.

Dal canto loro i britannici, con sportività, annullano ogni provvedimento disciplinare contro Benuzzi, Balletto e Barsotti. Il tricolore, affidato al Mountain Club of East Africa, viene donato nel 1948 al Club Alpino di Milano. Purtroppo cade in mani incaute, mani sbagliate.

Da decenni della bandiera si è persa ogni traccia. Un triste, malinconico epilogo che si poteva e si doveva evitare. Per fortuna, autori coraggiosi come l’Isacchini (Benuzzi è mancato nel 1988) e editori intelligenti hanno ritrovato la memoria di una vicenda straordinaria, impreziosita dall’immagine di un piccolo tricolore che garrisce per sempre nel vento dell’Africa.