Qualcuno ha osato chiamare i distruttori di statue, « revisionisti». Non sappiamo cosa ne pensasse il grande storico Zeev Sternhell, morto ieri a Gerusalemme ma crediamo che, pur essendo un uomo di sinistra, sarebbe inorridito.

Nato in Polonia nel 1935 ma trasferitosi prima in Francia e poi nel ’51 in Israele, apparteneva infatti alla generazione dei revisionisti veri, quella di Renzo De Felice, di Ernst Nolte, di François Furet i quali, pur di qualche anno più anziani, ci hanno fatto capire il fascismo collocandolo nella storia non solo dell’Italia ma dell’Europa. E anche se si trovavano su posizioni politiche diversissime – conservatori De Felice e Nolte, liberale Furet, sinistra laburista Sternhell – ciò non ha impedito di intrecciare le loro ricerche in modo proficuo; lo storico non è un militante politico, o almeno non lo dovrebbe essere quando scrive Storia, un aspetto dimenticato da molti delle generazioni successive. Se infatti oggi possiamo pensare di conoscere meglio il fascismo, fenomeno non solo italiano ma europeo, lo dobbiamo proprio a Zeev Sternhell.

Il suo primo libro, una tesi di dottorato all’Institut d’études politiques di Parigi, fu Maurice Barrès et le nationalisme francais (1972) ancora oggi fondamentale per capire lo scrittore nazionalista, ispiratore tra gli altri di De Gaulle. In nuce vi troviamo le tesi delle due opere storiche maggiori di Sternhell: La droite révolutionnaire, del 1978 (trad. Corbaccio, 1997) e Ni droite in gauche. Les origines françaises du fascisme del 1983 (tradotta da Akropolis nell’84 e poi da Baldini e Castoldi nel ’97).

Anche se De Felice, sulla scorta delle intuizioni di Augusto del Noce, aveva già collocato il fascismo all’interno di una tradizione di sinistra, figlio del giacobinismo e della Rivoluzione francese, Sternhell si spinge più lontano: pensa che il fascismo, quello francese, ma anche quello italiano, siano nati da un’evoluzione della cultura politica socialista. Ciò dovette costare non poco a Sternhell, già da allora membro del Partito laburista israeliano; anche se per lui non era stato il socialismo nella sua integralità a generare il fascismo, ma unicamente quello rivoluzionario critico del marxismo. Nei due volumi citati, Sternhell avanza poi una tesi ancora più radicale; che, contrariamente alla vulgata, sarebbe esistito un fascismo francese autoctono, già definitosi prima del 1914, a cui poi quello italiano si sarebbe ispirato.

Sternhell traccia infine la genealogia storica di una destra rivoluzionaria, che in nome della nazione intende abbattere l’ordine borghese: una destra i cui più eminenti rappresentanti venivano dalla sinistra, irrorando così sangue nuovo in un campo conservatore esangue. Destra e sinistra rivoluzionarie si sarebbero poi fuse nel fascismo in nome del superamento delle due categorie; né destra né sinistra, appunto. Delle tre, oggi ci sembra più resistente la tesi di un fascismo francese come fenomeno originale, negli anni tra le due guerre. Allo stesso modo ci appare ancora plausibile l’interpretazione di un fascismo da inquadrare nella storia della sinistra. Infine, nessun studioso della destra, e non solo francese, oggi potrebbe rinunciare alla categoria di «destra rivoluzionaria». Più caduche invece ci appaiono altre conclusioni di Sternhell, in particolare quella della primogenitura prebellica francese del fascismo: senza la Grande guerra, lo schiaffo degli «alleati» all’Italia a Versailles e le violenze bolsceviche nel biennio rosso, non sarebbe mai nato il fascismo in Italia. E quindi non si sarebbe espanso neanche altrove, neppure in Francia.

Ciò non toglie che i due libri citati di Sternhell restino dei classici contemporanei. Quelli successivi, Nascita di Israele (Baldini e Castoldi, 1999) e Contro l’illuminismo: dal XVIII secolo alla guerra fredda (Baldini e Castoldi, 2007), sono a nostro avviso poco riusciti. Nel primo, il tentativo di applicare la ricetta sternhelliana a Israele (sinistra più nazionalismo più attivismo uguale fascismo) con la condanna delle origini di Israele, nel cui esercito pure Sternhell servì più volte da valoroso militare, è stato duramente criticato. Così come lo sforzo di cercare le origini del fascismo nell’anti-illuminismo, a cominciare da Edmund Burke e da Johann Gottfried Herder, descritti alla stregua di ispiratori futuri di Mussolini e Hitler, è subito apparso piuttosto debole.

Probabilmente Sternhell ha cercato di conciliare per tutta la sua vita marxismo, illuminismo, socialismo, tre fenomeni intellettuali-politici non sempre sovrapponibili e in alcuni momenti in contrasto tra loro. Ma anche in ragione del metodo storiografico scelto: diversamente da De Felice, non era un frequentatore di archivi, e come Nolte e Furet si poteva definire uno storico delle idee. Ma rispetto ai tre suoi maggiori di età, era meno attento al concreto e al contingente nella storia, che Sternhell tendeva a leggere secondo il lungo dispiegarsi delle culture politiche, senza considerare il fattore individuale e personale: frutto, questo, più del suo marxismo, di un illuminismo razionalistico. Ma sono inezie: ieri è scomparso un grande storico e chi vuole comprendere il ‘900 dovrà continuare a leggerlo ancora per lungo tempo. E a comportarsi da revisionista, ma in senso vero, di chi studia e non di chi abbatte i monumenti.

 

Marco Gervasoni, Il Giornale 24 giugno 2020