La mia insistenza critica sul tema dell’immigrazione, negli editoriali di Diorama, ha sollevato, oltre a un notevole numero di consensi, qualche perplessità, che mi spinge ad abbozzare un primo chiarimento.


a) Non sono affetto da fissazione monotematica. So bene che esistono molti argomenti importanti da commentare nell’attuale realtà politica, sociale e culturale (e infatti vari collaboratori se ne occupano). Tuttavia, è mia convinzione che il fenomeno in questione abbia oggi un ruolo cruciale – il più cruciale – nello spingere il mondo verso orizzonti che giudico profondamente negativi. Ritengo inoltre che su questo versante – oltre che su quello dei cosiddetti “diritti civili” e, ovviamente, dei “diritti umani” – si stia svolgendo il grosso dell’offensiva dei sostenitori del verbo del Politicamente Corretto, contro le cui idee e i cui intenti Diorama si batte da sempre. Di conseguenza, mi pare opportuno, oggi più che mai, concentrare gli sforzi critici.


b) Non ho mai utilizzato la parola “complotto” per descrivere l’offensiva ora accennata. Si tratta di un’azione condotta in modo palese – e legittimo – da un gran numero di associazioni politiche, sociali e culturali e di individui (inclusi giornalisti, cantanti, attori, registi, letterati, intellettuali di varia formazione ed estrazione umanistica, scientifica e tecnica) che “ci mettono la faccia”, e nondimeno spesso manipolano ai propri fini argomenti, statistiche, réportages ecc. E’ normale, nella società mediatizzata. Ed impone che chi ha idee opposte a quelle di costoro agisca per controbattere le loro azioni. Non c’è una guerra occulta, come pensano gli sciocchi. C’è un conflitto palese, che va combattuto.


c) Compassione e commozione sono sentimenti umani assai spesso lodevoli. Ma non possono e non devono trasformarsi in metro di giudizio di fenomeni che vanno esaminati (e, nel caso, combattuti) con lucidità intellettuale e senso (ed etica) di responsabilità. L’umanitarismo, il cosmopolitismo e l’universalismo sono atteggiamenti interconnessi che stanno portando le nostre società verso un preciso obiettivo: l’omologazione ideologica, culturale, psicologica (ma non socio-economica!). Siamo disposti ad accettarlo? Io no. Ci sono valori non negoziabili: il radicamento in un’identità e la difesa delle specificità culturali dei popoli sono, per me, ne fanno parte.


d) So bene che ci sono stereotipi e semplificazioni in agguato quando si abborda un tema come quelle dell’immigrazione, con tutti i suoi corollari. Per questo mi sforzo di oltrepassarli quando scrivo o mi esprimo in conferenze o dibattiti. Tuttavia, se continuo a considerare aberrante il razzismo e rozza la xenofobia, detesto altrettanto le forme usuali di xenofilia incondizionata, l’odio delle frontiere, gli inni alla commistione, il razzismo de “il meticciato è meglio” e così via. E mi stupisco non poco che ci sia chi, fra i lettori di Diorama, si risente per certa demagogia “destrese” ma non per quella simmetrica “sinistrese”. A me dispiacciono entrambe, ma – a seconda dei temi a cui si applicano – a volte mi irrita più l’una, a volte l’altra. Nel caso in questione, giudico molto più pericolosa la seconda.


e) La vita ha aspetti buffi. Tutto lo sappiamo. Per decenni mi sono sentito criticare, da non pochi amici ed ex tali, perché “concedevo troppo” ad interlocutori di sinistra che magari rispondevano picche ad inviti al dialogo. Adesso c’è chi mi giudica uno sponsor di Salvini. Io ho sempre avuto una regola: non credere ciecamente a nessuno; concordare o discordare dagli altri per quel che dicono e fanno, non per quel che si dice che siano o per dove si collocano politicamente. Vale per gli amici, per i conoscenti, per i politici, per i colleghi, per gli intellettuali.
Spero di essere stato chiaro. Proseguirò sulla linea che ho scelto. Ringrazio per le critiche costruttive e per i consensi.

Marco Tarchi, 7 marzo 2019