La difficoltà dei movimenti populisti di superare la prova del governo è nota da sempre a coloro che li hanno fatti oggetto di attenzione sul piano scientifico e non meramente polemico. Malgrado qualche isolato parere discorde, quasi tutti gli studiosi concordano nel constatare che, in Europa, ogni volta che uno di essi ha raggiunto posizioni di potere, le sue contraddizioni interne si sono accentuate e lo scarto fra le promesse sparse a piene mani e gli impegni effettivamente mantenuti è apparso così evidente da far calarne in breve tempo, spesso in misura vertiginosa, il consenso elettorale.


Di solito, queste prestazioni fallimentari sono state ricondotte a due cause principali. Da un lato, la subordinazione ad alleati più potenti ed esperti delle pratiche e dei sotterfugi amministrativi con cui erano stati costretti ad allearsi (ad oggi, se si esclude il controverso caso dell’Ungheria di Orbán, che appare molto più assimilabile al sovranismo, nessuna formazione populista è riuscita a conquistarsi una forza parlamentare sufficiente a governare da sola: tutte hanno dovuto puntare su coalizioni dove svolgevano un ruolo subalterno), che ha impedito ai populisti di varare le politiche sbandierate nei programmi elettorali e li ha posti di fronte alla secca alternativa fra l’accettare compromessi, anche pesanti, o tornare all’opposizione.

Dall’altro, l’obbligo di dover indossare gli scomodi panni del formalismo istituzionale, rinunciando a quelle caratteristiche movimentistiche di linguaggio e comportamento, spesso chiassose e plateali, che avevano gettato le basi del loro successo presso i settori dell’elettorato più irritati verso l’establishment. Il connubio di questi fattori ha turbato, e il più delle volte condotto al naufragio, le esperienze ministeriali della Lista Pim Fortuyn in Olanda, della Fpö con e dopo Haider in Austria, della Lega Nord in Italia, dei Perussuomalaiset in Finlandia e di altri partiti della stessa famiglia nell’Europa orientale.


Il caso italiano scaturito dalle elezioni del 2018 è subito apparso come una duplice anomalia in questo panorama, perché metteva insieme due partiti da molti – anche se non da chi sta scrivendo queste righe, che ha sempre distinto il populismo allo stato puro di Grillo da molte delle opinioni e delle azioni dei suoi seguaci a Cinque stelle – descritti come populisti, senza l’impiccio di terzi incomodi, e perciò lasciava ad entrambi la libertà di mostrarsi per quello che ritenevano di essere, senza doversi piegare a ritualismi o genuflessioni al politicamente corretto. E in un primo tempo è sembrato (a chi non aveva pregiudiziali motivi di ostilità nei confronti dell’esecutivo giallo-verde) che l’esperimento potesse funzionare sulla base di una classica divisione dei compiti: mettendo da parte le questioni più scottanti, il “contratto” sottoscritto avrebbe potuto consentire sia al M5S sia alla Lega di puntare su provvedimenti adatti a sollecitare il consenso dei rispettivi elettori.

Stando ai sondaggi, questa soddisfazione si è mantenuta nel tempo, tenendo sempre il governo Conte sopra il 55% dei pareri favorevoli. La lotta per la supremazia in vista delle elezioni europee ha però radicalmente modificato il quadro.
A sbagliare, in quella fase, sono stati – a parere di chi scrive – entrambi gli alleati/concorrenti. Di Maio e i suoi, prestando orecchio ad interessati suggeritori che li accusavano di tenere un profilo troppo basso di fronte al protagonismo di Salvini, invece di valorizzare i risultati ottenuti conformi ai loro programmi, hanno accresciuto di continuo le critiche e i distinguo nei confronti del partner, consentendo a quest’ultimo di assumere toni vittimistici e strumentalmente concilianti. Quel che più conta, fra le file ex-grilline ha preso piede una tentazione letale, quella di fare la parte della sinistra contro una destra, dimenticando che a gran parte degli elettori populisti (Cinque Stelle inclusi) il gioco bipolare appare insulso e superato. Risultato: come dimostrato dagli studi sui flussi, un terzo degli elettori M5S del 2018 ha preferito votare Lega poco più di un anno dopo. E invece di riflettere su questo dato e fare marcia indietro in fretta (come, fra le righe, ha fatto Di Battista al suo rientro sulla scena), alcuni big del movimento hanno ceduto ancor di più alla tentazione.


Il resto del danno al governo lo ha fatto la Lega. Che ha smesso quasi subito, di fronte alle prese di distanze degli alleati, di recitare la parte del coniuge inconsapevole e stupito dell’altrui tradimento e si è gettata a capofitto nella disfida, spesso più ad opera di altri esponenti che del suo segretario. Drogato dalle cifre dei sondaggi, Salvini si è via via spinto sul terreno dello scontro aperto e della “destrizzazione”, restringendo drasticamente il perimetro della sua “populismità” al binomio immigrazione-sicurezza e minimizzando, fino praticamente a cancellarli se non ad invertirli, i toni anti-corruzione, anti-casta, anti-globalizzazione e anti-poteri forti che erano sempre stati la sua bandiera dai tempi di Bossi in poi.


È fin troppo evidente che questa svolta è stata ispirata dalla convinzione di poter risucchiare la maggioranza degli elettori di Forza Italia e assicurarsi la collaborazione di Fratelli d’Italia in vista di un nuovo esecutivo dove esercitare la parte del leone. Ed è altrettanto chiaro che il desiderio di andare al più presto alle urne ha lo stesso motivo. Ma, a prescindere dalla tutt’altro che certa possibilità di raggiungere lo scopo, stanti i poteri e le volontà di Mattarella, le manovre in corso nel Pd e le sicure tentazioni di restare al proprio posto per un altro bel po’ di tempo di un bel gruzzolo di parlamentari, la mossa di Salvini rischia di dare frutti ben diversi da quelli attesi.

Molti elettori hanno infatti scelto la Lega alle europee perché soddisfatti della sua decisione di contribuire alla nascita del governo Conte e per darle una maggiore capacità di influenza su di esso, non per vederla ritornare ai connubi con Berlusconi e soci. Questo è, con ogni probabilità, il caso di quei votanti strappati al M5S di cui prima accennavamo, e di parecchi altri fra coloro che, pur di fronte al non edificante spettacolo dei litigi continui fra “gialli” e “verdi”, hanno continuato ad esternare il loro apprezzamento nei confronti dell’esecutivo.


Il leader leghista pensa, probabilmente, di essere in grado di sostituire questi elettori fluttuanti, che potrebbero “tornare a casa” o astenersi, con i moderati e conservatori in uscita da Forza Italia. Detta in altre parole, di surrogare i populisti delusi con i neo-sovranisti. È un calcolo azzardato, che rischia di porre Salvini sotto l’ipoteca di futuri alleati non più affidabili dei Cinque Stelle, in quanto concorrenti diretti alla conquista futura del suo elettorato e, nel caso di Berlusconi e dei suoi, desiderosi di prendersi, non appena possibile, la rivincita sull’usurpatore. L’insuccesso del governo “populista” potrebbe quindi essere un boomerang per l’aspirante nuovo Uomo solo al comando.


Marco Tarchi, Il Fatto Quotidiano, 17 agosto 2019