Non so voi ma io avverto un senso di tenerezza incredula verso chi si propone ancora di rifare l’Italia. Non dico i partiti, non dico i grillini, le forze in campo. Dico un gruppo di ragazzi, come si usava una volta. Sotto i trent’anni, fuori da ogni partito, movimento, parlamento. E per giunta a partire dalla cultura politica, da una rivista, da una prima rete di associazioni, circoli culturali.

Ma che vuoi rifare questo paese che si sta solo disfacendo, che vive al buio da cieco in una notte oscura? Che vuoi cambiare con lo spettacolo che abbiamo sotto gli occhi e il veloce turn over di fallimenti che abbiamo patito nell’arco di pochi anni. Piazzisti, rintronati, ignoranti, faccendieri o sfaccendati, ecco il nuovo bipolarismo. E invece loro ci provano.

Il promotore è un ragazzo che già da bambino voleva fare l’editore e a sedici anni tentò l’impresa. Dieci anni dopo quell’editore ha già 400 titoli nel suo catalogo, una rivista, Nazione Futura, qualche libro scritto da lui, tra cui uno su Longanesi e uno sulla storia del pensiero conservatore. Già, dimenticavo di dire che il ragazzo si chiama Francesco Giubilei, è un conservatore. Come veniva definito Il Tempo, per intenderci. E come non si è mai definita nessuna forza politica in Italia. Da noi conservatore è un insulto, una calunnia, mica una categoria politica, un pensiero, una visione del mondo. Però il ragazzo non è un conservatore di quelli che vogliono difendere l’esistente. È un conservatore di quelli che vogliono cambiare le cose, che vogliono ribellarsi e affermare il primato delle cose durevoli, non dirò eterne per non esagerare, sulla vertigine dei mutamenti, il piacere di sfasciare, la voglia di liberarsi di tutto in vista poi di niente o dei propri desideri. A vederlo è tutt’altro che esuberante, un ragazzo ancora con il volto adolescente, timido quanto basta, educato quanto serve, quasi da college. Fa l’editore, il libraio, il facchino dei suoi libri, l’ideologo, il direttore.

Ma lasciamo stare le idee, lasciamo stare il ragazzo e la sua casa editrice Giubilei Regnani (dal nome del suo sponsor, un imprenditore modenese). E poniamoci la questione: ma è proprio da ricoverare pretendere di rifare l’Italia, spingendosi a convocare un convegno nazionale sulla terrazza di Piazza Venezia – terrazza, non balcone, tranquilli – per presentare un manifesto dei valori, un progetto di circoli territoriali e un nuovo numero della rivista, col progetto a latere di fondare addirittura un settimanale “di destra”? Forse sì, ma a me i pazzi, coloro che osano, “Osate esser pazzi” diceva Papini, mi piacciono.

Il titolo del convegno, che si è svolto ieri, è involontariamente infelice: Valori per l’Italia del futuro, mi sembra infatti un incrocio fra Di Pietro e Fini, tra l’Italia dei Valori e futuro e libertà, ingloriose carcasse di un passato recente, senza gloria. Ma l’intenzione è diversa, e va incoraggiata. Chi come noi ne ha viste tante, ne ha promosse tante, tra case editrici, riviste, fondazioni, convegni, manifesti, si fa prendere dalla sfiducia. Chi ci ha provato fino a ieri, ha trovato le solite incomprensioni, le solite piccinerie, i soliti muri, e poi i piccoli orizzonti elettorali dei partitini, i loro egoismi, il loro mondo che si risolve nella tv, le percentuali elettorali, i seggi, le mini-leadership e sono incapaci di pensare al resto e al contesto: idee, iniziative sociali, culturali, editoriali, formare e selezionare giovani, motivarli. E ora non ha più voglia di riprovarci. Ma loro che non hanno trent’anni non devono fare tesoro delle nostre esperienze, devono fare le loro, provarci loro. Loro hanno il diritto di provarci e il dovere di crederci, e viceversa. Noi abbiamo il diritto di non crederci ma il dovere di aiutarli. Andiamo avanti, con operosa sfiducia.

Marcello Veneziani, Il Tempo 18 aprile 2018