Su, finitela con questa mascherata. Da quando, il 1° giugno, Sergio Mattarella ha invocato l’unità del paese allo scopo di delegittimare la manifestazione dell’opposizione del giorno dopo, la Cupola italiana – quell’intreccio di poteri che occupa istituzioni, governo, scena politica, media di stato e giornaloni, poteri giudiziari e sanitari – ripete ogni giorno il mantra di restare uniti contro il virus, la destra e la piazza, che poi ai loro occhi coincidono. La chiamano unità ma intendono uniformità. La chiamano comunità ma intendono conformità.

Ho speso una vita a difendere l’unità d’Italia e a cercare, al di là delle ragioni di parte, quell’essenza nazionale e comunitaria che ci porta bene o male, a sentirci uniti in uno stesso destino di popolo. Erano idee forti, fino a qualche tempo fa, la comunità come destino, l’unità del popolo; e chi le usava – come me – veniva guardato con sospetto di fascioreazionario e nazionalpopulista: oggi vengono usate, anzi sbandierate, per salvare il governo Conte, il regime sanitario in vigore e gli assetti di potere vigenti. Quelle parole del gergo identitario le usa perfino il presidente Mattarella e i suoi organi di stampa e di riproduzione (della sua voce) le ripetono a pappagallo.

Gli stessi che per la difficoltà del momento ci prescrivono di non guardare in faccia ai colori e alla faccia di chi governa, al grado di simpatia o di antipatia per chi è al potere; gli stessi, dicevo, nelle stesse ore, di fronte a un altro Paese squassato come il nostro dalla pandemia e dalle violenze incendiarie di piazza sorte ovunque per l’uccisione di un manifestante nero da parte di un poliziotto, adottano in questo caso il criterio opposto: e sostengono le manifestazioni di piazza, perfino quelle più violente degli antifa, auspicano la spaccatura del paese e chiedono in piena pandemia cinese e in piena lacerazione del paese, di cacciare il governo in carica e il suo presidente, eletto democraticamente dal suo popolo. Sto parlando degli Stati Uniti e di Donald Trump, di cui vi ho detto molte volte di non nutrire affatto simpatia. Perché il principio di unirsi davanti alle calamità vale in Italia e non vale negli Usa? Perché qui c’è va difeso comunque il governo grillocomunista, là va cacciato comunque il presidente in carica. Un popolo viene schiacciato da un regime totalitario a Hong Kong, ma attori, cantanti e pagliacci vari, inclusi i nostrani, insorgono contro la “dittatura” di Trump che chiede di ripristinare l’ordine democratico e la sicurezza delle città.

In Italia, invece, la situazione disastrosa, gli aiuti che non arrivano nonostante il diluvio di parole, la caricatura grottesca di commissioni speciali, task force, ministri inadeguati, faide tra magistrati indecenti, e potrei a lungo continuare, non autorizza l’opposizione a fare neanche il primo e più elementare dei suoi doveri: fare l’opposizione, contestare in modo civile il governo in carica, rappresentare il disagio e il disgusto degli italiani nel giorno della repubblica. Magari evitando che quella rabbia diffusa diventi livida più che arancione, e sfoci in vera e propria insurrezione.

E invece, per la Cupola mediatico-governativa, il compito dell’opposizione è di stare dalla parte del governo, di stringersi a Conte nel nome dell’Italia e accettare ogni errore, sopruso, demenza, malgoverno, incapacità, sciampismo di governo, per carità di patria. La stessa carità naturalmente non valeva ai tempi dei governi di centro-destra, o ai tempi più recenti di Salvini al Viminale… E la stessa patria è stracciata dai medesimi “patrioti” a Bruxelles, a Pechino, sulle nostre coste, ai nostri confini.

Non ho molta fiducia nell’opposizione e l’ho scritto tante volte, ma poi senti che persino i finti perbenini – cerchiobottisti di una volta e oggi più grillosinistri dei sinistri – reputano scomposta, per definizione, ogni forma di opposizione al governo in carica. E poi vedi che in mancanza di atti e linguaggi cruenti e volgari dell’opposizione i suddetti si attaccano al mancato distanziamento o alle mascherine, pur di disprezzarla e negarle il diritto di manifestare. Allora non puoi restare indifferente, reagisci. E insorgi con una rabbia in più, quella di chi è costretto a mettere da parte analisi e riflessioni, per difendere l’opposizione che fa il suo mestiere, e andare, a tuo modo, all’assalto del governo (auto)reggente.

E in tutto questo, sento dire da chi disprezza l’Italia da una vita, ha sempre scelto gli interessi e i punti di vista di chi si oppone agli italiani, in Europa, in Africa, in Cina, nel mondo, che devo unirmi a loro e trasformare il Canto degli Italiani nel peana il Conte degli italiani. E devo sentirmi orgogliosamente italiano anche se il governo concede miliardi a un’azienda che se n’è andata all’estero per non pagare qui le tasse, ma non trova ancora i soldi per aiutare la gente messa in ginocchio dalla dittatura sanitaria. E scatena i suoi house organ contro la destra che identifica col virus e l’eversione. Reductio ad pappalardum…

No, farabutti, usate il patriottismo nelle vostre mascherate di carnevale, non usate l’amor patrio come una museruola e un guinzaglio per gli altri. No, mascalzoni, tenetevi il comunitarismo identitario nelle vostre latrine, dove l’avevate chiuso fino a ieri. Perché chi ama l’Italia davvero sa che voi con l’amor patrio e l’appartenenza nazionale non c’entrate nulla. E se davvero la legge suprema di una repubblica è la salute del suo popolo, allora la salute del popolo italiano ha una priorità assoluta: si tutela cacciando il governo in carica, la cupola e la sua greppia di affaristi e cicisbei.

Marcello Veneziani, La Verità 4 giugno 2020