Ma tu sei con Trump o con Draghi? È il referendum che scorre nei media in questi giorni, col sottinteso che Draghi è uno dei nostri, italo-europeo, e se tu ti schieri con Trump, tradisci il sovranismo. Non entro nelle tifoserie opposte e non entro nel merito della guerra economica che si sta preparando. Non ne avrei la competenza. Faccio delle considerazioni d’altro tipo.

Se dovessi dire, tra Trump e Draghi magari preferirei Putin, con tutti i suoi difetti d’autocrate venuto dall’Urss e le sue lontananze, ma lo preferirei sul piano dei principi e di una visione geopolitica a lungo raggio. Però la realtà è un’altra cosa. Reputo la linea di Draghi a beneficio dell’Europa e dell’Italia, almeno dal punto di vista strettamente finanziario. Ma se susciterà una forte contromossa trumpiana non so se davvero sarà proficua o meno per l’Italia e per la stessa Europa.

Se dovessi giudicare a pelle, non ho alcuna simpatia per Trump. Ho tifato per lui perché non sopportavo i suoi nemici, tanti: l’establishment, il mondo fricchettone e radical-snob di NY e di Hollywood, le tre o quattro famiglie che comandano negli Usa, il politically correct. Ma non lo amo per quel che è, per quel che esprime, per il ciuffo e il tono di voce, lo stile. Dicono che abbia sparato diecimila bugie da quando è alla Casa Bianca. Io sono più salomonico: ne ha sparate cinquemila lui e cinquemila ne hanno sparate contro di lui. E non solo: le sua bugie non sono servite a lui a coprire il suo operato effettivo, ma sono servite ai suoi nemici per occultare i grandi risultati che ha ottenuto sul piano dell’economia, dell’occupazione, del rilancio.

Se dovessi scegliere tra lui e l’Europa, nonostante tutto io sceglierei l’Europa; è la stessa ragione per cui vedo con favore l’ideologo Bannon ma fino a un certo punto, quando la priorità atlantica schiaccia il legame con la tradizione europea.

Trump fa gli interessi degli Usa, e fa bene a farlo, dal suo punto di vista. Ma il suo punto di vista non è il nostro, di italiani ed europei. So bene che non è interesse di Trump proteggere e valorizzare l’Europa, mentre lo è da parte di noi europei, naturalmente. Un sovranismo europeo rivolto all’esterno, congiunto al rispetto delle sovranità nazionali al suo interno, è quel che sostengo da tempo.

Come reputo allora la politica filo-Trump di Salvini? Nel quadro contingente dei rapporti internazionali attuali, la giudico in modo positivo per tre ragioni. Primo, perché se sei malvisto e maltrattato in Europa, è giusto e utile che tu cerchi alleati forti altrove, come ha fatto la Gran Bretagna, con cui puoi tornare a negoziare in Europa con un’altra forza.

Secondo, perché puoi portare a casa vantaggiosi accordi economici (dazi permettendo) e puoi giocare di sponda con l’Atlantico, sentendosi anzi legittimato da un partner così importante ad assumere la guida del Paese.

Terzo, perché riuscire a tradurre in versione italiana la terapia d’urto economica di Trump negli Usa sarebbe una gran cosa. Vedo ad esempio la flat tax come una via di salvezza per la nostra situazione, ma il problema è che deve passare dall’inferno, perché devi farla coi grillini (non so se mi spiego) e perché i vantaggi futuri passano purtroppo dai sacrifici immediati. E siccome si è ristretta la visuale alla politica, sarà difficile far digerire i costi presenti nel nome dei benefici futuri.

La flat tax a me sembra una gran cosa per il paese più martoriato del mondo dalla pressione fiscale, ma necessita di tempo per dare frutti e di una politica economica che in questo conteso, in questa situazione, con questi alleati, diventa difficile. Però l’impresa va avviata, almeno. Magari per realizzarla con altri partner.

Ma torniamo al nostro rapporto con Trump. Sono queste le ragioni per cui giudico positivamente il passaggio di Salvini negli Usa; fu lo stesso passaggio che consacrò Craxi alla guida dell’Italia nei primi anni ottanta, salvo poi – dopo Sigonella e non solo – ritrovarsi gli americani come nemici principali. Trump è un alleato importante nelle politiche di contenimento dei flussi migratori e nella protezione dell’economia nazionale (ciascuno la sua, of course). Penso che faccia bene Salvini, se ne ha la capacità, a destreggiarsi fra Trump e Putin, senza rompere i ponti con Mosca né chiudere la porta in faccia all’Iran, come invece esigerebbe Trump; a concordare con lui nel considerare oggettivamente ostile la penetrazione cinese da noi e in Africa, salvo la duttilità che gli scenari politico-economici comportano in termini di convergenze tattiche e strategie di compensazione.

Tutto questo non serve a uscire dall’Europa o dall’Euro ma ad assumere un ruolo più forte in Europa, a non essere schiacciati dalla nuova maggioranza che si delinea, dalla commissione uscente come dalla commissione entrante. Serve a far capire loro che non c’è solo una via – riassunta nell’acronimo TINA, There Is Not Alternative, o nella minaccia della Troika– ma ci possono essere più equilibri. E noi non siamo nelle mani di un Tsipras qualsiasi, costretto a vendersi la patria per salvarsi il governo. Siamo un paese più grande, un socio fondatore dell’Europa, disponiamo di una forte economia reale, non siamo appesi alle banche tedesche e possiamo giocare un ruolo attivo a livello internazionale. Non nuoce un po’ di Trump contro gli euro-Tromboni.

Marcello Veneziani, La Verità 20 giugno 2019