Non essendo tifoso di alcuna delle fazioni in campo – la mia destra, conservatrice e liberista, non trova allo stato nessun interprete credibile – provo a dare una lettura credo asettica e distaccata degli accadimenti di queste ore.

Premetto che, pur essendo totalmente contrario alle sue idee di potenziale uscita dall’euro per motivi che più volte mi è capitato di esprimere, considero il professor Paolo Savona una delle rare residue intelligenze di questo paesucolo in irreversibile declino culturale.

Uno, per capirci, che non ha bisogno di “farloccare” un curriculum con 15 pagine di stupidaggini, per affermare la sua centralità nel panorama economico e didattico nazionale.

Ma non si può sottostimare il fatto che la candidatura di un sostenitore potenziale dell’isolazionismo monetario al dicastero più importante – soprattutto quando a palazzo Chigi dovrebbe sedere un prestanome privo di prestigio e credibilitá – sia un elemento che non può non essere valutato con la massima attenzione, anche in ordine ai possibili scenari che ne potrebbero conseguire.

Abbiamo il debito pubblico più grande dell’Occidente, e circa la metà è posseduto da investitori esteri. Che sarebbero poco o punto disposti a continuare a prestarci quattrini se fiutassero il rischio di vederseli un giorno restituire in lire, talleri o fiorini. Non mi dilungo oltre sul tema, intelligenti pauca.

Nessuna sorpresa, quindi, che il Presidente della Repubblica stia passando al microscopio le sue affermazioni, prima di dare il via libera alla nomina. Anche perché, piaccia o no, sta pienamente esercitando le funzioni che gli sono attribuite dalla costituzione.

Non ho mai fatto mistero di provare ribrezzo per la nostra carta, la più socialista e pauperista della terra. Ma questa c’é, e con questa si lavora. È lì c’é scritto che i ministri li nomina il capo dello stato, su proposta del presidente del consiglio. E nessuno può pensare che il Quirinale funga da semplice passacarte, come ci ricordano puntualmente decine di precedenti.

Sorge allora legittima la domanda: posto che Salvini ed il bibitaro, allertati prima della campagna elettorale, hanno declamato in ogni piazza che vogliono (giustamente) ridiscutere i trattati con l’Europa, ma che escludono ogni ipotesi di uscita dall’euro, perché la stessa affermazione non è stata ancora espressa con semplicità da Savona? Un suo pronunciamento in tal senso, toglierebbe dal campo ogni possibile speculazione. Eppure non lo sta facendo.

Passo quindi, alla mia chiave di lettura:

Il felpato ed il nemico dei congiuntivi hanno provato, nella lunga gestazione contrattuale, a fare in modo che fosse l’altro a far saltare il banco, nella reciproca convinzione (legittimata dall’esponenziale crescita del rincoglionimento collettivo) che se si tornasse a votare subito conseguirebbero entrambi il massimo storico.
Quando sembravano rassegnati – per essersi spinti troppo oltre – a dover fare il governo, hanno preso la palla al balzo dell’indisponibilità quirinalizia sul nome di Savona per impuntarvisi, provando a rovesciare sul capo dello stato la colpa della mancata intesa e la necessità di immediato ritorno alle urne.

Il lesto Salvini sa che, mancando il tempo per ricreare un’opzione di destra più ragionata, oggi farebbe il pieno nell’area. Lo sgrammaticato capisce (benché verbo impegnativo, per lui) che solo uno scioglimento anticipato gli permetterebbe di restare in campo in barba alla norma interna del limite dei due mandati e – soprattutto – anticipando il rientro dalle indie di quello sbruffone del “Dibba”, cui toccherà il prossimo giro di giostra fra i grUllini.

Ecco, quindi, la soluzione del rebus: di Savona (che inspiegabilmente si sta prestando) ai due virgulti frega meno di zero.

Vogliono poter tornare al più presto in piazza, per gridare di aver fatto tutto il possibile, ma il potere cinico e baro che sovrasta la democrazia “der popppolo sovrano” ha impedito loro di dare corso al mandato della gggééénte.

C’è di buono che, senza eccezioni, la storia ci insegna che chi forza scelte e tempi della politica nella convinzione di trarne esclusivo vantaggio, resta a consuntivo con un pugno di mosche in mano.