Il povero Giuseppe Mazzini, già Padre della Patria, si starà rivoltando vorticosamente nel suo monumentale sepolcro di Staglieno.

Correva l’anno 1860. Pochi giorni prima della partenza dei Mille da Quarto Giuseppe Mazzini ultimava la stesura dei “Doveri dell’Uomo” e mai avrebbe potuto immaginare che quasi 150 anni dopo una mandria politicamente corretta ma estremamente ignorante (molto lontana dall’ideale di Italiano che lui sognava) ne avrebbe fatto, senza nemmeno conoscerlo, il bersaglio di accuse ridicole ed invettive prive di senso.

“Io voglio parlarvi dei vostri doveri. Voglio parlarvi, come il core mi detta, delle cose più sante che noi conosciamo, di Dio, dell’Umanità, della Patria, della Famiglia” recita l’incipit di questo breve ma denso saggio nel quale la parola Dio viene ripetuta 235 volte, Patria 112, Nazione 53, Famiglia 68 e Popolo 72.

L’opera, dedicata “agli operai italiani”, incentrata sui concetti di dovere morale e materiale, dignità e giustizia considerati il fondamento indispensabile di una società giusta e di una nazione libera, ebbe sui contemporanei un impatto fortissimo.

Vero e proprio manuale di educazione civile, fu subito riconosciuto come un testo chiave del pensiero mazziniano e si diffuse praticamente in tutto il mondo, tradotta prima in inglese, poi in spagnolo e quindi in molte altre lingue ispirando molti uomini illustri come, ad esempio, il Mahatma Gandhi.

Vicenda a quanto pare del tutto ignota dalle nostre parti, dove basta citare i concetti protagonisti del saggio mazziniano, ovvero Dio, Patria e Famiglia, per essere immediatamente accusati, pavlovianamente, di essere “fascisti”.

Non certo per l’influenza, riscontrata da storici illustri come Gioacchino Volpe e Renzo De Felice, che le idee mazziniane hanno avuto sul Fascismo storico: Giuseppe Bottai, Dino Grandi, Italo Balbo (laureatosi con una tesi su “Il pensiero economico e sociale di Mazzini”), Alfredo Rocco e, naturalmente, Giovanni Gentile e lo stesso Benito Mussolini avevano tutti studiato ed ammirato Giuseppe Mazzini.

Qui la questione è molto più terra terra; diciamo che tra il livello della polemica in corso e la storia, o la cultura, c’è la stessa differenza che passa tra un film di Pierino e un capolavoro di Ingmar Bergman.

Aveva iniziato Monica Cirinnà, nota suffragetta dell’utero in affitto, esibendo in piazza un cartello un po’ idiota che recitava “Dio Patria Famiglia, che vita de merda”.

In fondo era solo una bravata un po’ stupida e di cattivo gusto, ma sufficiente a scatenare l’entusiasmo ottuso di chi, non sapendo di cosa si stesse parlando, aveva seguito incautamente la boccoluta deputata del PD nel suo assalto al presunto “slogan fascista”: “con quella foto ho denunciato ripresa di uno slogan fascista, criticando chi di quei 3 concetti si fa scudo per creare clima discriminazione, oscurantismo e regressione culturale”.

Con esiti comici prima che ancora che squallidi, come nel caso di un certo Tommaso Ederoclite il quale, in qualità di “Presidente dell’assemblea metropolitana del PD” di Napoli aveva tuonato: “Quello slogan era ed è fascista. Quello slogan era ed è totalitarista. Quello slogan faceva e fa schifo. Conoscere la storia prima di indignarsi non sarebbe male”.

Una perfetta dimostrazione di ignoranza oltre che un bel paradosso: invitare gli altri alla conoscenza della storia dopo avere dimostrato il proprio assoluto analfabetismo in materia, reso lampante dalla confusione tra Risorgimento e Fascismo entrambi evidentemente del tutto sconosciuti al tizio in questione.

Ed è solo un caso tra i tanti.

La squallida polemica sembrava finita lì, ma è bastato che Giorgia Meloni, recatasi al convegno di Verona sulla famiglia, cioè l’evento più odiato e disprezzato dai progressisti politicamente corretti, citasse nel suo discorso la fatidica tripartizione mazziniana per offrire alla ciurma progressista una nuova opportunità di partecipare alla gara per il titolo di più ignorante della brigata.

Inizia Repubblica con un bel “Meloni cita il fascismo: difenderemo Dio, patria e famiglia“ titoloneche dopo qualche ora sparisce trasformandosi in un più neutro “Meloni dal palco: ”Difenderemo Dio, patria e famiglia’‘.

Qualcuno nella autorevole redazione deve essersi finalmente accorto, meglio tardi che mai, dello svarione storico. Troppo tardi, però, per il gregge del giornalismo copia e incolla che si era affrettato a riprodurre pari pari la stupidaggine senza farsi troppe domande.

Una menzione particolare se la guadagna di diritto tale Laura Melissari, redattrice del sito The Post Internazionale (TPI), che dopo averci informato che “la Meloni al Congresso delle famiglie cita il fascismo” e che “La citazione [Dio Patria e famiglia] arriva direttamente dal ventennio fascista” non manca di rilevare, sagacemente, che “Secondo alcuni lo slogan è invece da fare risalire al Giuseppe Mazzini”.

Verificare consultando un libro di storia, basterebbe un testo del liceo, sarebbe ovviamente chiedere troppo. Molto meglio riferire la realtà come se fosse un pettegolezzo (giornalismo di qualità…).

Tra i tonni finiti nella rete dell’ignoranza e della superficialità stavolta troviamo anche due note caricature dell’intrattenimento radiotelevisivo.

Il primo è Alan Friedman, giornalista americano sconosciuto in patria che l’America l’ha trovata qui da noi inventandosi la professione di “Americano in Italia” come dice il New York Times, che si è occupato di lui non per le sue capacità giornalistiche ma per una serie di strane vicende non molto chiare.

Di casa in tutti i talk show dove, oramai rasentando la macchietta, dispensa pillole politicamente corrette e veleno contro Donald Trump e tutti i populisti del mondo, Friedman ha commentato il titolo (poi ritirato) di Repubblica con un bel “Che schifo citare il fascismo”.

Messo di fronte all’errore, l’Americano di Roma al contrario prova a cavarsela rivolgendosi alla Meloni con un insulso “Il motto risale a Mazzini, ma Mussolini l’ha reso popolare. E sinceramente, non ti ho mai percepito come una mazziniana…” inanellando un altro strafalcione, visto che “Doveri dell’Uomo” (pubblicato ben 23 anni prima della nascita di Benito Mussolini) e il suo contenuto erano già popolarissimi da decenni quando nel 1919 (59 anni dopo l’uscita del libro) nacque il Fascismo.

Fermo restando che il suo richiamo durante il Fascismo non basterebbe comunque a degradare un concetto chiave del pensiero risorgimentale a slogan politico tipo libro e moschetto o credere obbedire combattere.

Fa compagnia a Friedman un altro simpatico personaggio, David Parenzo, che è riuscito ad emergere dal sottobosco del giornalismo recitando una parte, quella del giornalista progressista-indignato, prima in un programma radiofonico trash e poi saltellando, col medesimo copione, qui e là per i canali televisivi. “Giorgia Meloni al #CongressoDellaFamiglia :”Difenderemo Dio, Patria e Famiglia” Ecco qua. Più chiaro di così .. manca solo il “Eia, Eia! Alala’ “Una mela non cade mai lontana dal proprio albero #PoveraItalia” è il notevole contributo, perfettamente in linea col copione abituale, che Parenzo offre al dibattito.

Povero Giuseppe Mazzini: se avesse minimamente sospettato che dall’Italia che aveva contribuito a fare sarebbero venuti fuori Italiani come questi probabilmente si sarebbe dedicato ad altro. Invece della Giovine Italia avrebbe fondato una bocciofila a Boccadasse.