Chissà se i prodi italioti democratici e progressisti sdilinquiti per la doppia vittoria elettorale di Emmanuel Macron, hanno finalmente capito cosa è realmente successo in Francia.

“La vittoria di #Macron scrive una straordinaria pagina di speranza per la Francia e per l’Europa. #EnMarche! #incammino” twittava Renzi, provinciale e facilone come sempre.

“Evviva #Macron Presidente Una speranza si aggira per l’Europa”, gli faceva eco un garrulo Gentiloni uscito per l’occasione dal consueto torpore catatonico.

Senza dimenticare, naturalmente, il coro delle prefiche intellettuali e il codazzo di giornaloni con i loro ispirati direttori sempre a disposizione del pensiero unico dominante.

Celebrato dalla superficiale narrazione italica come un novello Carlo Magno capace di sconfiggere, in una specie di Roncisvalle politica, il terribile pericolo degli invasori populisti salvando l’Europa dalla barbarie nazionalista, il baby presidente francese ha subito fatto capire, come era peraltro facilmente prevedibile, quale sia la sua idea di “Europa”: un patto tra i più forti (lui e Frau Merkel) per arrestare il declino francese e spartirsi il potere, l’influenza e le risorse del pachiderma burocratico di Bruxelles.

Gli altri possono accodarsi, se piccoli, o diventare colonie se grandi ma deboli e imbelli come l’Italietta di Renzi e Gentiloni, incapace di farsi rispettare persino da associazioni private di dubbia natura come le ONG dedite al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Grazie all’uscita del Regno Unito e al consenso degli Usa di Trump, smaniosi di appoggi per la guerra fredda 2.0 che stanno imbastendo, nessuno sembra in grado di contrastare il novello e ricostituito asse Francia-Germania di fronte al quale l’Italia non può che fare la fine del vaso di coccio tra vasi di ferro.

E a scanso di equivoci il ragazzo dell’Eliseo non ha certo perso tempo per fare capire chi comanda: frontiera di Ventimiglia sigillata, blocco dell’acquisizione dei cantieri STX da parte di Fincantieri e pesante invasione di campo nella questione della Libia.

Azioni clamorose, nelle quali risultano ben evidenti le responsabilità e l’incapacità da parte italiana di tutelare adeguatamente gli interessi nazionali.

Negli ultimi anni, ad esempio, la finanza francese, graziosamente favorita da una classe dirigente (politica, economica e imprenditoriale) ridicola e incapace ha fatto man bassa del patrimonio economico italiano.

Dal banchetto vergognoso delle privatizzazioni ai lucrosi maneggi degli imprenditori privati, ottimi per le loro tasche ma pessimi per l’interesse nazionale e per quello di chi ci lavorava, non c’è affare che non abbia visto la Francia approfittare della dabbenaggine o della miopia degli Italiani.

L’elenco è lunghissimo: BNL (“abbiamo una banca?”), Cariparma, Parmalat (soffiata senza colpo ferire al grande risanatore Bondi con tutta la liquidità dei risarcimenti), Edison, (paradossalmente ceduta dai nostri liberisti all’amatriciana ad un monopolista straniero per indebolire l’ENEL in nome del “mercato”) ai supermercati GS privatizzati da Prodi per quattro soldi, pagati all’accoppiata Benetton-Del Vecchio che appena possibile li ha rivenduti, ovviamente guadagnandoci una montagna di quattrini, ai francesi di Carrefour.

Non che gli imprenditori privati abbiano fatto molto meglio: gli Agnelli non ci hanno pensato due volte quando si è trattato di vendere i treni della Fiat, finiti ai Francesi di Alsthom insieme ai brevetti del pendolino e ad un know how invidiabile che avrebbe potuto essere aggregato a Finmeccanica (che invece ha recentemente venduto anche lei i suoi treni facendo uscire l’Italia da un settore importante in cui primeggiava).

E lo stesso dicasi per Luxottica, fusasi con la francese Essilor dando vita ad un società francese con sede a Parigi. Facile prevedere cosa succederà alle azioni dell’attuale socio italiano di riferimento.

Il caso più insensato e clamoroso è ovviamente quello di TIM/Telecom Italia, finita nelle mani del finanziere bretone Bollorè come ultimo atto di una impressionante serie di errori e decisioni assurde iniziati con la dissennata privatizzazione del 1997 voluta da Andreatta e Prodi (su pressione dei burocrati di Bruxelles) e realizzata in modo altrettanto dissennato dalla coppia Ciampi – Draghi.

Dopo infinite peripezie che hanno distrutto il valore della società, ci ritroviamo oggi con una infrastruttura strategica e fondamentale per il paese, oltretutto in regime di concessione, nelle mani di un investitore privato straniero, guarda caso francese.

Una situazione inconcepibile in qualsiasi altro stato europeo.

E’ in questo contesto che si inserisce la vicenda di STX – Cantieri dell’Atlantico.

La società era stata privatizzata anni fa, senza che nessuno a Parigi avesse niente da dire, vendendola ad una conglomerata Coreana che poi è fallita.

I cantieri finiscono così nelle mani del tribunale Fallimentare di Seul, che li mette in vendita ricevendo una sola offerta, quella di Fincantieri, leader del settore con la capacità di valorizzare e rivitalizzare la società.

Ed è qui che i cugini d’Oltralpe si mettono di traverso: se i Coreani che hanno fatto fallire STX erano i benvenuti, i macaronì che la potrebbero rilanciare fanno a Parigi lo stesso effetto dei cani in chiesa.

Il governo francese, con la scusa della difesa nazionale (i cantieri dell’Atlantico costruiscono da sempre le navi da guerra della Marine Nationale) si era riservato un diritto di prelazione in caso di non gradimento dell’acquirente proposto dal Tribunale coreano.

(Un accorgimento che nel caso di Telecom Italia forse avrebbe evitato alla società il triste destino riservatole dal duo Ciampi-Draghi. Ma i due avevano cancellato la Golden Share a favore del governo Italiano perché poco gradita a Bruxelles e ai “mercati”.)

Fatto sta che l’alternativa che il Presidente ragazzino pone ora all’Italia è inaccettabile: o mettere i soldi e non comandare lasciando il potere decisionale in mano francese (cioè, parafrasando l’ex furbetto del quartierino Ricucci, fare i froci francesi col culo italiano) o subire la nazionalizzazione (dall’Europa di Bruxelles ovviamente nessuna notizia).

Non è chiaro se il governicchio presieduto dal conte Gentiloni, detto er moviola, sarà in grado di reagire e come.

Lo stato del problema e la statura, misera, dei protagonisti italiani non lascia presagire niente di buono.

D’altra parte Gentiloni non è stato in grado di reagire decentemente neppure sulla questione libica, nella quale, d’altra parte, sta raccogliendo i frutti marci di scelte sbagliate compiute già da ministro degli esteri.

In fondo c’è poco da meravigliarsi: la storia ci dice che l’Italia nei secoli è sempre stato un paese debole e diviso, vittima di una classe dirigente mediocre e inadeguata e spesso cialtrona.

La Francia, invece, di questo stato di cose ha sempre saputo approfittarne a suo vantaggio, sin dai tempi di “Francia o Spagna basta che se magna”.

Come, ad esempio, nel 1768 il duca di Choiseul, ministro di Luigi XV, costrinse Repubblica di Genova, debole ed indebitata più o meno come l’Italia di oggi, a cedere alla Francia la Corsica considerandola il pegno di una serie di debiti, contratti con molta leggerezza dai Genovesi per un’assistenza militare mai fornita effettivamente.

O come nella Seconda Guerra di Indipendenza, nel 1859, quando dopo le terribili battaglie di Solferino e S. Martino Napoleone III decise di accordarsi direttamente con gli Austriaci firmando l’armistizio di Villafranca senza consultare il Piemonte, tradendo gli impegni presi col Trattato di Plombieres.

Salvo riuscire a farsi consegnare ugualmente Nizza e la Savoia, ottenute in cambio della sola Lombardia e dell’assenso all’annessione di Toscana, Emilia e Marche, dove però i Francesi non c’entravano niente.

Oppure, ancora, come in Tunisia nel 1881, quando la Francia impone con le armi il proprio protettorato sottraendo il paese nordafricano alle mire dell’Italia, che contava la colonia europea più numerosa dopo anni di emigrazione mirata.

Niente di nuovo sotto il sole, quindi. La cosiddetta sorella latina in realtà è ed è sempre stata per noi una perfida sorellastra, smorfiosa, crudele e dispettosa…