L’economia liberale, in particolare nella sua manifestazione capitalista, è identificata nel pensiero di Ugo Spirito (Arezzo 1896 – Roma 1979) come il maggior nemico dell’idea fascista, seguito a ruota dal socialismo. Se per il filosofo aretino il socialismo era un miraggio, una falsa soluzione ideologica ai problemi sociali da evitare, il liberalismo, in quanto secolare e rodato istituto politico ed economico, era la parete da scalare sino in vetta, per aderire e quindi realizzare l’istituto corporativo interno alla nuova Italia.

Per Spirito era necessario neutralizzare il dualismo tra Stato ed individuo. Se per il liberalismo lo Stato è un mero garante legale della concorrenza mercantile, ed il socialismo delega allo Stato l’indirizzo economico, rimane pur sempre l’alterità di cui sopra scritto, risultato: sopraffazione economica e finanziaria nel primo caso, burocrazia tirannica e parassitaria nel secondo caso. Al corporativismo dunque era affidato il compito storico, culturale ed ideale di porre solide basi organiche istituzionali per il Regno d’Italia prima, e per l’Impero italiano poi. L’autogoverno economico era l’obiettivo del fascismo, intento teso a soddisfare al meglio i bisogni di tutti gli italiani dalla madre patria alle colonie. “La Carta del lavoro, affermando nell’articolo 7 che – l’organizzazione privata della produzione essendo una funzione di interesse nazionale, l’organizzatore dell’impresa è responsabile dell’indirizzo della produzione di fronte allo Stato -, dà il colpo mortale alla concezione liberale. In questa affermazione, che è il fondamento della nuova scienza dell’economia, è pure tutto il significato politico, morale, religioso della rivoluzione fascista”. (Il Corporativismo, Firenze 1970, pag. 351).

Il pensatore toscano scriveva della necessità per l’Italia di una vera e propria “nuova scienza dell’economia” che comprendesse politica economica ed economia politica, correggendo così la visione dell’individuo da atomistica ad organica. L’economia classica diveniva così obsoleta, l’attualismo gentiliano, per mezzo della rivoluzione fascista, prendeva anche un respiro universale. La proprietà privata viene nuovamente identificata in proprietà corporativa, nel senso di unificazione tra capitale e lavoro. L’azienda liberista cessa di esistere, sostituita dalle corporazioni, nelle quali i lavoratori non risultano solamente meri salariati a contratto ma a loro volta azionisti. L’individuo non è più altro dallo Stato, ma vive in esso e con esso. In Spirito si può anche leggere un taglio “storicistico” che ha un delta di pensiero anche nel marxismo, nel senso che Spirito gli estrae chirurgicamente la lotta di classe, il proletariato non ha nessuna valenza in assenza di un partito comunista. Si tratta di una sorta di “comunismo gerarchico” (Cfr. ivi, pag. 84). Il concetto di maggioranza veniva accantonato, per dare spazio all’unanimità. Se la democrazia (violenza del numero) era inaccettabile ed incomprensibile, la realtà corporativa poteva essere espressa solo in modo unanime. Le classi così scomparivano per dare spazio alla totalità vivente dell’organismo. Qualche fine lettore ha parlato, non a torto, di corporativismo di sinistra per Spirito e di corporativismo di destra per Rocco, con al centro le personalità dello stesso Benito Mussolini e di Giovanni Gentile.

Purtroppo l’ordinamento corporativo, pregevole ed innovativo, ebbe in pratica poco più di una funzione consultiva rispetto agli istituti burocratici preesistenti. Segnaliamo che ancora oggi è presente una interessante ed attiva corrente filosofica, economica e culturale tesa ad attualizzare gli istituti corporativi del Novecento nel nuovo secolo e nel nuovo millennio.