Siamo giunti alla fase finale del processo Mafia Capitale, con le arringhe delle parti civili. Seguiranno quelle dei difensori. E’ necessario avanzare alcune considerazioni prima della sentenza, prevista per fine giugno o ai primi di luglio, salvo imprevisti. La Procura di Roma ha chiesto per i 46 imputati 515 anni complessivi di carcere, trattandoli alla stregua dei grandi boss della criminalità organizzata, colpevoli di omicidi efferati o di stragi. Con queste richieste i fari della pubblica opinione e dei media si sono riaccesi sul procuratore capo Giuseppe Pignatone e sui suoi collaboratori, dato che il dibattimento, dopo un inizio scoppiettante, si era man mano affievolito, anche perché non si erano registrati colpi di scena, confessioni, accuse, rivelazioni. Nulla di nuovo rispetto a ciò che già si sapeva. Non ci sono dubbi. Da parte di Pignatone é sempre stato utilizzato lo strumento mediatico, da quando Pignatone intervenendo a un convegno del Pd romano, al Teatro Quirino, tra la sorpresa degli astanti, aveva denunciato la corruzione del mondo politico della capitale e la mancanza di legalità nella burocrazia capitolina. Era il 29 novembre 2014.

In quell’occasione aveva affermato che era stato accertata la presenza della criminalità organizzata di tipo mafioso di almeno due organizzazioni, una a Ostia e l’altra a Roma. Tre giorni dopo i carabinieri del Ros eseguirono i primi 37 arresti. Il collegamento tra il discorso del Quirino e la retata dei carabinieri è un dato di fatto incontrovertibile. Per la Procura anche a Roma esisteva la mafia. Il clamore delle dichiarazioni di Pignatone , anche perché esternate senza attendere che l’operazione dei militari dell’Arma andasse a buon fine, varcarono i confini nazionali.

Questo processo ha una caratteristica quasi unica che lo distingue da tutti gli altri processi di mafia degli ultimi 35 anni: non c’è un pentito. O, per essere pignoli, uno c’è stato ma come é stato sottolineato dai media, assolutamente marginale nell’ architettura dell’ipotesi accusatoria e portato in aula dai pm più a far numero che come colonna portante dell’accusa. Il cosiddetto pentito ha riferito, non si sa bene su quali basi, di episodi relativi ad un traffico di stupefacenti attribuendoli a Massimo Carminati che però, neppure in passato, è stato mai accusato di fatti analoghi, né tantomeno gli sono stati contestati in questo processo. E’ stato rilevato da più di un organo di stampa che la sua deposizione è stata molto zoppicante e “rimarrà impressa nella memoria solo perché si è sentito uno strano pentito di mafia che parlava in perfetto romanesco”… ( Si veda Il Foglio, 11 agosto 2016). Non va trascurato il martellante tentativo, da parte dei media, di ricordare da dove proviene Carminati che, del resto, non ha mai fatto mistero di essere stato attratto – ma quand’era ragazzo – dall’ideologia fascista.      (Verso la fine degli anni Settanta, Carminati sceglie la strada della lotta armata. Fa parte dei Nar, Nuclei armati rivoluzionari, guidati da Valerio Fioravanti. Il percorso dei Nar è ampiamente descritto in tre libri, dedicati al fenomeno del terrorismo in Italia: “La notte più lunga della Repubblica”, Serarcangeli 1989 ; “A che punto è la notte?” , Vallecchi 2003; “Anni di piombo”, Sperling & Kupfer 2012 . I saggi sono stati scritti dall’autore di questo articolo assieme a Sandro Provvisionato. NdR).

E’ calato, invece, il silenzio sui trascorsi di alcuni soggetti di sinistra. Dirigenti e amministratori di primo piano, regolarmente iscritti al Pd : Salvatore Buzzi, imprenditore, capo delle Coop; Mirko Coratti, ex presidente del consiglio comunale di Roma; Andrea Tassone, già presidente del X Municipio Ostia; Sergio Menichelli, sindaco di Sant’Oreste; e poi Pierpaolo Pedetti, Emanuela Bugitti, Nadia Cerrito, Alessandra Garrone, Michele Nacamulli, ecc.

Il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, sentito come teste dalla difesa dell’imprenditore Salvatore Buzzi, nel settembre scorso, mentre aveva confermato molteplici aspetti del malaffare dell’amministrazione capitolina, non aveva ravvisato il reato di associazione mafiosa sul quale la Procura ha impostato la sua inchiesta. Aveva precisato che “a Roma, il marcio parte dalla burocrazia amministrativa e le irregolarità sugli appalti che non sono finiti con l’inchiesta su Mafia Capitale, ma posso escludere di avere mai individuato e segnalato alle procure, ipotesi di reato di 416 bis”. Questo il parere di Cantone. All’indomani delle requisitorie dei pm, Vittorio Sgarbi ha diramato alla stampa un suo breve ma lapidario commento: “Fanatici pubblici ministeri, responsabili di mille errori, proseguono con i loro teoremi, confermando la bufala di Mafia Capitale, con la richiesta di più di 500 anni di galera per la corruzione romana, con l’aggravante dell’associazione mafiosa, indicando come criminali abituali i responsabili (…) Doppia umiliazione: per la città e per la verità. Arrestate i mafiosi, non chiamate mafiosi gli arrestati” (Si veda Quotidiano. net, 28 aprile 2017).

Ma a Roma è esistita o no, un’organizzazione di tipo mafioso capace di condizionare con la sua forza di intimidazione l’amministrazione della città? E’ un interrogativo fondamentale perché se cadesse questa ipotesi l’impalcatura dell’accusa potrebbe incrinarsi. A nostro parere non è mai esistita un’associazione criminale in grado di acquisire un potere reale sulla città di Roma e di condizionare in modo univoco le scelte e l’operato dell’amministrazione capitolina. Resterebbero da giudicare, ma con un’ottica diversa da quella della Procura, circoscritti episodi illeciti riconducibili all’iniziativa di singoli soggetti, del resto addirittura ammessi da alcuni imputati, quasi tutti appartenenti alla sinistra.

In questo numero del Borghese, figura un’ intervista di Roberto Rosseti all’avv. Giuseppe Valentino, difensore di Luca Gramazio, coinvolto nel processo. L’ex capogruppo del Pdl alla Regione Lazio si trova in carcere da circa due anni e mezzo. Pericolo di fuga o di inquinamento delle prove? Nulla di tutto questo. Luca è colpevole di essere un politico di rilievo. Tenerlo recluso aumenta l’esposizione mediatica del processo. Questo è l’obiettivo che si è sempre prefissa la Procura di Roma che, sotto la guida di Pignatone, vuole dimostrare di non essere più il Porto delle nebbie. A discapito della giustizia e della ricerca della verità.

 

 

Per gentile concessione de “Il Borghese”