Bloccato nel Parlamento assediato. Rischia di finire ben prima del 12 gennaio – da lui indicato come ultimo giorno di mandato – l’avventura al governo di Malta di Joseph Muscat.

«Quando Daphne Caruana Galizia è stata uccisa, ho promesso di fare tutto il possibile fino a quando tutti coloro che l’hanno uccisa non saranno assicurati alla giustizia» ha scandito nel suo ultimo (stonato) intervento dentro l’Aula davanti ai banchi vuoti dell’opposizione. La folla pretende le dimissioni immediate. Così come la famiglia della giornalista che ha presentato un esposto perché venga indagato. Secondo l’opinione più diffusa tra l’opposizione Muscat intenderebbe approfittare del suo ruolo per cancellare le prove che inchiodano l’ex capo di gabinetto Keith Schembri. Il collaboratore è accusato dall’imprenditore Yorgen Fenech, a sua volta arrestato e incriminato come mandante dell’omicidio della giornalista, di far parte del complotto. Schembri è anche sospettato di aver passato informazioni riservate a Fenech prima del suo arresto, mentre l’imprenditore tentava la fuga in yacht.

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Visto quanto sta capitando all’amico Muscat, il premier maltese costretto alle dimissioni dopo il coinvolgimento di ministri e collaboratori nell’omicidio della giornalista Daphne Galizia Caruana, Matteo Renzi farà bene a sperare che il proverbio non s’avveri. Se anche così fosse sarà comunque difficile far dimenticare i rapporti con il dimissionario premier maltese. Rapporti che si sono spinti ben al di là della semplice comunanza politica e l’hanno indotto a elogiare e portare ad esempio l’amico anche quando su di lui e sui suoi ministri già si addensavano le ombre e i sospetti sollevati dall’assassinio della giornalista. L’esempio più stridente di questa smodata, e per certi versi incomprensibile ammirazione, è un tweet dello scorso 10 gennaio. Un «cinguettio» in cui Renzi pur di attaccare Matteo Salvini non esita a descrivere Muscat come un esempio di capacità e lungimiranza. «L’uomo che ha risolto la vicenda dei migranti è un premier – scrive Renzi – ma non è Conte. Tifa Milan, ma non è Salvini. Parla italiano, infatti non è Di Maio. Si chiama Joseph Muscat ed è il premier di Malta. Non a caso Salvini lo attacca: perché sa che Muscat è un leader, non come lui». Un tweet abbastanza inverosimile per un leader navigato come Renzi consapevole che le indagini sulla giornalista uccisa con un’autobomba nell’ottobre 2017, stavano lambendo personaggi molto vicini a Muscat.

Anche prima del caso Galizia il leader laburista non era un personaggio circondato da una fama di specchiata onestà. Eppure l’attuale leader di Italia Viva non gli ha mai fatto mancare appoggio. Tanto che nel 2015 si vociferò di un patto segreto in virtù del quale l’allora premier Renzi avrebbe promesso a Muscat di farsi carico di tutti i migranti in arrivo dalla Libia. A fine maggio 2017 Renzi non esitò a presentarsi a Malta per sostenerlo in uno degli ultimi comizi della campagna elettorale. Un comizio decisivo per la vittoria laburista in cui Renzi spiegava che «oltre alla politica esistono lealtà e amicizia. Muscat è un amico e io credo che sarà lui a guidare Malta nel futuro».

Un futuro rivelatosi alquanto breve, ma in cui c’è stato spazio anche per altri frammenti della galassia renziana. Alla corte dell’amico, trionfalmente eletto nel 2017, trovò un posto da consulente l’ex sottosegretario Sandro Gozi che proprio causa dell’impegno con La Valletta dovrà rinunciare a un incarico simile rimediato da Emmanuel Macron. Di certo oggi Renzi si guarderebbe bene dal rivendicare rapporti e amicizia su una piazza maltese dove l’indignazione e la vergogna per il coinvolgimento del governo nella morte di Daphne Galizia agita le folle e minaccia di dar vita ad una vera e propria insurrezione popolare.