Una delusione, tutto sommato, le tre interviste in parallelo, in manifestazione della manifestazione di Bologna, rilasciate da Salvini, Toti e Meloni a “Libero”.

Già i titoli lasciano perplessi per la genericità e soprattutto per la superficialità. Del leghista il foglio di Belpietro come intenzione primaria quella dell’unità”, del portavoce di Berlusconi sintetizza come passaggio cruciale l’accordo su “tasse, sicurezza e immigrati”, come non esistessero altri teme ugualmente se non maggiormente pressanti, mentre della leader di FdI, si centra l’attenzione sulla necessità di una scelta comune per i candidati sindaci di Roma e di Milano.

Anche i testi delle interviste confermano e non poteva essere altrimenti le anticipazioni della I pagina. Salvini non riesce ad uscire o non è fatto uscire dai toni muscolari e dell’ordine pubblico e non sfiora neppure di sfuggita i temi e gli argomenti riguardanti l’ordinamento ed il funzionamento dello Stato (a lui tanto inviso) e delle sue strutture ineliminabili. Anche nell’intervento il lombardo ha utilizzato la abituale veste del guascone, che non crea altro che irritazione o fragile esaltazione.

Toti, dal canto suo, si preoccupa di decantare, senza ripensare ai risultati ottenuti, la “centralità politica di Berlusconi nel centrodestra” e il ritorno al bipolarismo, anomalia esclusivamente nostrana. Conclude poi con l’accenno preoccupante all’eventuale listone unico, indispensabile in caso di mancata revisione dell’ “Italicum”, creatura di Berlusconi e di Renzi, anticipando un atteggiamento di assoluta apertura ai naufraghi (Quagliariello e Mauro) e ai transfughi (Mauro), lontano dal pensare all’indigeribilità e alla durata larvale, da neve all’Equatore, di siffatto minestrone.

La Meloni è confinata agli argomenti romanocentrici e sbaglia – a mio avviso – as adeguarsi al luogo comune del “centrodestra” e “centrosinistra”, “categorie che di questi tempi non stanno tanto in piedi”. Passaggio invece convincente, accettabile e rassicurante è quello in cui parla dell’interesse a “costruire un fronte comune, selezionando le cose sulle quali siamo d’accordo” e quindi non un partito “unico”.

E’ sulla base di queste linee che ci permettiamo di consigliare alla Meloni di respingere i due slogans a Bologna da Berlusconi (Meno tasse, meno Stato, meno Europa”) e Salvini (“federalismo, autonomia e responsabilità”), perché palesemente demagogici ed impraticabili e perché antitetici, “meno Stato” e “federalismo e autonomia” al DNA stesso della parte politica e dei cittadini che la Meloni rappresenta. Sarebbe interessante anche conoscere il parere e l’orientamento di Storace.